Abbiamo intervistato Luca Steinmann, inviato di guerra indipendente, che dialoga con Mentana durante gli speciali sulla guerra d’Ucraina, in onda nel tardo pomeriggio su La7. Ieri abbiamo pubblicato la prima parte (leggi qui).
Pietro Greppi – Cosa ti spinge ad andare in zone di guerra, anziché scrivere di politica dietro a una scrivania?
Luca Steinmann – Andare sul posto è un’altra cosa. Le notizie di prima mano, le informazioni, le impressioni… una serie di sensazioni riesci a coglierle solo sul campo. Ad esempio, a proposito di russificazione dei territori che la Russia conquista, ho potuto osservare come e dove le truppe russe arrivano, come portano il messaggio di Russia Unita, il partito di Putin, come danno le informazioni attraverso i giornali che diffondono i valori e l’ideologia del partito, che deve essere l’ideologia fondante di tutti i russi, i contributi sociali che erogano. Vedere come funzionano questa operazione e questa profondità strategica russa è qualcosa che ti dà soltanto il campo. Oltre a questo è indispensabile avere la conoscenza accademica, lo studio e la preparazione.
PG – Tu sei preparato e conosci la politica internazionale…
LS – Ma io non voglio essere l’esperto di politica estera, perché vuol dire tutto e niente. Sono convinto che ci si debba specializzare su uno o pochi ambiti a cui aggiungere, nel contempo, l’esperienza sul campo, per poter raccontare gli avvenimenti in maniera più approfondita di altri.
PG – La Russia rientra tra le tue specializzazioni?
LS – La seguo da un po’ di anni, ma non sono un esperto, sono un cronista che ricongiunge il racconto di quello che vede con quello che sente, che legge e che studia.
PG – Su quale area geografica ti senti più preparato?
LS – La Germania, perché la conosco e ne parlo la lingua, aspetto fondamentale per capire un paese più profondamente ed entrare nell’ordine di idee delle persone, condividerne la quotidianità.
PG – Comunque stai facendo un bel lavoro anche in Russia.
LS – Sì, ma qui sono più un osservatore. Per provare a conoscere un contesto ci vuole tanto tempo. Bisogna capire come cambiano le persone nel lungo periodo perché i rapporti di fiducia non si sviluppano subito. E anche se c’è fiducia immediata, la convivialità e la confidenza sono composte da una serie di dettagli e sfumature che non si possono cogliere subito. È fondamentale vedere come cambiano le persone in relazione a contesti di crisi, o non di crisi, in cui vivono. Come cambia la loro vita, l’umore, l’opinione politica in relazione alla guerra che stanno vivendo, questi aspetti ti fanno comprendere il conflitto più a fondo.
PG – Di fronte a scene raccapriccianti che intreccio si crea fra i tuoi sentimenti e il lavoro?
LS – Non lo so… ma posso dire che mi colpiscono e fanno più pena i vivi che i morti. Perché, rispetto al cadavere a terra di qualcuno che non conosci, ti colpisce il familiare del morto, la persona rimasta viva che si porterà sulle spalle le conseguenze di quello che è successo.
PG – Che regole vi imponete tu e Gabriele (Micalizzi, il videoreporter che lavora con Luca – Ndr) prima, durante e dopo una giornata di lavoro?
LS – Non abbiamo mai stabilito delle regole di base. Semmai durante il viaggio ci sono momenti in cui ci confrontiamo su cosa stiamo sbagliando o su cosa migliorare. Ma è un confronto molto costruttivo. Come regola siamo sempre molto radicali nel voler dire la verità, anche se è sempre un concetto relativo. Ma, secondo me, fin dall’inizio sia io che Gabriele abbiamo raggiunto la consapevolezza di essere in un contesto molto delicato: un po’ perché all’inizio del conflitto eravamo gli unici in zona e un po’ perché siamo nel bel mezzo di una guerra di propaganda, quindi basta sbagliare una virgola per essere accusati di essere filo russi o filo-occidentali.
PG – Cosa apprezzi maggiormente nel tuo compagno di lavoro?
LS – In Gabriele apprezzo molto il fatto che se c’è una cosa che viene scoperta, questa va detta. Di qui la tranquillità che, se una cosa è riscontrata, anche se rischia di generare polemica, comunque la si dice. Da questo punto di vista è fondamentale lavorare per una testata importante, in cui hai fiducia, perché sai che eventualmente ti può coprire le spalle.
Al contempo è necessario sapersi profilare individualmente come professionisti che devono raccontare quello che accade e far capire alle persone che non siamo qui per fare propaganda o per seguire un’agenda ideologica.
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