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Società
L’INVIATO DI GUERRA

A colloquio con Luca Steinmann, giornalista indipendente a Donetsk

A colloquio con Luca Steinmann, giornalista indipendente a Donetsk
Luca Steinmann, da un reportage video in Donbass. © Gabriele Micalizzi

Pietro Greppi Pietro Greppi 3 Mar 2022

Per me Luca Steinmann, classe 1989, è più di un collaboratore di Rivistanatura.com perché è prima di tutto un caro cugino, ma che questo fatto non svii il lettore. Ha cominciato a collaborare con noi come esperto di politica internazionale, ma le sue tappe successive sono state a bordo di case editrici blasonate e più adatte di questo sito a ospitare i suoi articoli.

Recentemente Luca ha pubblicato su La Repubblica, interviene su Radio 24, compare su testate e televisioni svizzere… Il fatto che ora si trovi in Ucraina, più precisamente nel Donbass, e segua quotidianamente l’evolversi della guerra mi ha indotto a intervistarlo.

Quando ieri chiamo Luca sono le 19,30 italiane, quindi le 20,30 locali. È appena tornato da un hotel in cui dice di aver mangiato una zuppetta con pane e non so quale tipo di salsa, ma “buona, nutriente e sana”.

 

Pietro Greppi – Ma quando è nato il tarlo che ti ha spinto a fare l’inviato di guerra?

Luca Steinmann – Nel periodo in cui stavo studiando scienze politiche. Ho iniziato a occuparmi di temi riguardanti la disinformazione e da lì è partita la spinta a fare il giornalista perché mi sembrava un mestiere interessante, che combaciasse con i miei studi e che avesse quel certo spirito di avventura che mi ha sempre attratto molto. Mi interessava soprattutto il giornalismo politico.

PG – Ma tu fai l’inviato di guerra…

LS – Non volevo fare per forza l’inviato. È accaduto quasi per gioco: curando relazioni internazionali ed essendo proiettato verso esperienze fuori dall’Italia, ho iniziato a scrivere e a mandare un po’ di articoli ad alcuni contatti che avevo avuto nelle redazioni. Passo dopo passo mi sono creato una serie di contatti più stabili con cui lavoro regolarmente e che mi permettono di vivere.

PG – Che differenza c’è fra i conflitti a cui hai partecipato in precedenza e questo?

LS – Sono stato in Siria, Afghanistan, Armenia e Azerbaijan e poi in una serie di territori critici legati al conflitto siriano, quindi Libano, Giordania e Turchia. Ma quest’ultimo dà l’idea di essere il centro di un conflitto che potenzialmente può degenerare in qualcosa di molto più ampio rispetto a un semplice scontro regionale, quale potrebbe essere quello tra filorussi e ucraini. Il fatto che ci sia il coinvolgimento diretto della Russia rappresenta una dimensione nuova rispetto a tutti i conflitti degli ultimi decenni.

Luca Steinmann in Nagorno Karabakh.

PG – Il giorno dopo il tuo ingresso in Donbass è avvenuta l’invasione russa: caso, coincidenza, intuito…?

LS – Naturalmente non potevo sapere cosa sarebbe accaduto, ma da settimane si parlava del conflitto ucraino e della possibilità che degenerasse e anche parlando con dei colleghi russi con cui avevo lavorato nei conflitti armeni mi era stata segnalata l’importanza di essere pronti sul territorio a documentare un’eventuale escalation della guerra. Ho condiviso il loro pensiero e da metà gennaio ho cominciato a fare le pratiche burocratiche per accedere nel Donbass, nell’autoproclamata repubblica di Danietzk passando attraverso la Russia.

E così io come giornalista, insieme a Gabriele Micalizzi, fotoreporter di guerra, siamo entrati per primi in Donbass.

PG – E gli altri giornalisti?

LS – Mi stupisce effettivamente che qui siano arrivati così pochi i giornalisti occidentali perché se ne parlava da settimane. Va detto che andare in Ucraina dall’altra parte è molto più semplice e basta prendere un volo senza la necessità di fare una serie di carte burocratiche prima. Passare sul lato dei filorussi è molto più complicato, perché serve avere un visto russo, ottenere i permessi di accedere nelle due autoproclamate repubbliche e poi è un viaggio molto lungo.

PG – Che tappe avete fatto?

LS – Siamo partiti da Milano per Mosca, lì abbiamo cambiato volo e siamo andati a Rostov sul Don che è al sud della Russia. Abbiamo passato lì la notte, poi siamo andati al confine fra Rostov sul Don e le due repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk e siamo entrati.

PG – Avevate idea di quanto tempo sareste rimasti lì?

LS – Pensavamo di stare una decina di giorni, nella consapevolezza che comunque, in caso di escalation militare la permanenza si sarebbe potuta prolungare. In questi casi bisogna essere sempre pronti a stare sul posto.

Siamo partiti con questo spirito e ci siamo ritrovati nel posto giusto al momento giusto, perché la situazione poi è precipitata e i media di mezzo mondo cercavano qualcuno che fosse presente sul territorio ma, come dicevo, a parte noi e due gruppi di colleghi francesi, sul territorio non c’era nessuno. Così abbiamo iniziato a raccontare questo conflitto per diversi giornali.

PG – Dove ti trovi ora?

LS – Sempre a Donetsk nel Donbass, controllata dai filorussi.

Ucraina

Luca Steinmann, da un reportage video in Donbass. © Gabriele Micalizzi

PG – Dove raccogliete le principali informazioni?

LS – Le principali fonti sono tre: quelle prese sul campo tramite contatti che abbiamo qui, quelle dei media internazionali occidentali e quelle dei media russi che generalmente mettono in campo una narrazione diversa rispetto a quella dei media occidentali. Quindi noi cerchiamo di valutare tutte e tre le fonti e di fare il miglior lavoro possibile.

PG – Dove pensate di spostarvi tu e Gabriele nei prossimi giorni?

LS – È molto difficile decidere dove muoversi, perché l’esercito russo è molto attento nel tenere segrete le proprie informazioni. Comunque ci stiamo spostando in diverse città della regione. Per esempio siamo andati alle porte di Mariupol’ nel sud dell’Ucraina, città controllata dagli ucraini, che i filorussi e i russi stanno cercando di conquistare. Siamo andati per documentare quello che stava succedendo sul lato filorusso. E stiamo attendendo gli sviluppi bellici. Perché il nostro punto di forza è di essere gli unici di qua, mentre dal lato controllato dagli ucraini c’è tutto il mondo giornalistico: magari hanno più libertà d’azione, però…

PG – In effetti voi dovreste essere più sotto controllo perché siete dal lato dei separatisti russi…

LS – Non un controllo specifico. Perlomeno, non ne abbiamo contezza. Ma non ho l’impressione che ci sia un maggior controllo rispetto ai nostri colleghi russi.

PG – Lì, in Donbass, sono tutti separatisti convinti?

LS – In realtà bisogna fare dei distinguo. C’è una grande differenza fra le istituzioni e le milizie, e il popolo. Dopo quasi 2 settimane che siamo qui si ha l’impressione di essere in zona filorussa, ma la popolazione locale è molto distaccata da questo conflitto. Mostra una sorta di apparente apatia che probabilmente apatia non è, ma che la spinge a non avere coinvolgimenti emotivi apparenti.

Luca Steinmann in Afghanistan.

PG – La popolazione sarà stanca…

LS – Quando c’è stato il riconoscimento delle due repubbliche da parte di Putin non ci sono stati tanti festeggiamenti nelle strade. Ha festeggiato una trentina di persone strettamente legate all’amministrazione locale.

Mi sembra che ci sia veramente una gran stanchezza nella popolazione locale per questa guerra che va avanti da 8 anni.

Quasi tutti quelli con cui ho parlato vogliono che questa guerra smetta e che si possa raggiungere un equilibrio in cui questo territorio e quelli circostanti siano sotto un’unica amministrazione in modo da poter vedere parenti e amici che magari vivono in qualche città o in qualche regione più in là. Che poi si trovino sotto la Russia, o meno, mi sembra che per loro cambi relativamente.

La priorità è che tutto finisca: fateci stare un po’ insieme.

PG – Torniamo te. Raccontaci dove siete e come viene scandita la vostra giornata.

LS – Siamo in un albergo a Donetsk che affitta prevalentemente a persone locali e ogni giornata è diversa perché è molto difficile l’organizzazione logistica. Ogni giorno cambiano le condizioni anche in base agli sviluppi bellici, quindi, per esempio, risulta difficile lavorare con gli stessi autisti e traduttori, perché molti uomini sono stati chiamati al fronte. Al mattino si guardano le notizie e si cerca di pianificare la giornata.

Difficile sapere la sera per la mattina dopo perché la cosa più importante è capire quanto stia avanzando, o trovando resistenze, l’esercito russo. Siamo costretti a muoverci all’ultimo minuto e a navigare a vista. Anche per questa ragione non è facile convincere gli editori che è molto difficile comunicare alle 10 del mattino la notizia che gli daremo entro la chiusura del giornale, alle 9 di sera…

PG – Avete rapporti a livello locale?

LS – Sì, anche se la gente è molto riservata, diffidente e sta sulle sue, abbiamo contatti con le persone del posto. Sono molto importanti perché al di là dei racconti di guerra e dei grandi eventi geopolitici una delle sfide più importanti è quella di raccontare le persone e come cambiano in relazione a questi cambiamenti. Per poterlo fare è necessario conoscerle più a fondo.

PG – Hai mai avuto paura?

LS – No, dipende da cosa si intende per paura, è un argomento molto vasto…

Però, diciamo che facciamo attenzione a quello che si pubblica, controlliamo la veridicità delle informazioni, pianifichiamo il lavoro in maniera seria, per evitare situazioni che possono metterci in difficoltà.

PG – Hai pensato al rientro?

LS – Prima o poi dovrò farlo, perché fra qualche settima mi scade il visto, ma è difficile entrare dalla Russia in Italia, perché c’è il blocco aereo. Stiamo vedendo una situazione che cambia così velocemente che non sappiamo cosa accadrà fra due settimane. Ma sicuramente voglio continuare a raccontare questo conflitto visto che posso farlo in condizioni molto dirette. È un grande vantaggio sotto il punto di vista professionale ed è molto interessante… sono situazioni che non capitano spesso.

 

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