L’inquinamento da microplastiche è ormai riconosciuto come uno dei problemi ambientali più pervasivi del nostro tempo. Invisibili a occhio nudo o quasi, queste minuscole particelle di plastica, inferiori ai 5 millimetri, si sono diffuse in ogni comparto del pianeta: oceani, fiumi, suoli, aria. La loro presenza non è solo un segnale del degrado ambientale, ma rappresenta una minaccia concreta per gli ecosistemi, soprattutto perché le microplastiche entrano facilmente nella catena alimentare.
A causa delle loro dimensioni ridotte, le microplastiche vengono ingerite dagli organismi alla base delle reti trofiche, come invertebrati, insetti e piccoli vertebrati. Da qui risalgono progressivamente la catena alimentare attraverso il fenomeno del bioaccumulo delle concentrazioni.
In questo contesto, i predatori apicali svolgono un ruolo chiave come “sentinelle ecologiche”, rivelando lo stato di salute degli ambienti in cui vivono. Tra questi, i gufi occupano una posizione particolarmente delicata.
Predatori notturni coinvolti nella contaminazione plastica
I gufi comuni (Asio otus), predatori notturni diffusi in molti ambienti terrestri, si nutrono principalmente di piccoli mammiferi, ma anche di rettili e uccelli. Proprio questa dieta li rende vulnerabili all’accumulo di microplastiche attraverso le prede. Un recente studio condotto nell’area di Ankara, in Turchia, ha analizzato l’esposizione a questo tipo di inquinamento esaminando il contenuto delle borre, che sono i boli rigurgitati dai gufi contenenti resti non digeribili delle prede.
Nel corso di nove mesi sono stati raccolte e analizzate 292 borre provenienti da tre diversi tipi di habitat: agricolo, steppico e forestale.
I risultati sono eloquenti. Le microplastiche erano presenti in una percentuale significativa dei campioni, confermando che anche predatori notturni terrestri sono coinvolti nella contaminazione plastica.
Le tipologie più comuni individuate erano le fibre (78%), seguite da pellicole sottili (14%) e frammenti (8%), con dimensioni comprese tra 0,5 e 4,4 millimetri.
Una distribuzione che riflette l’origine prevalentemente antropica di questi materiali, spesso derivanti da tessuti sintetici, imballaggi e prodotti industriali.
Il peso delle attività umane
La distribuzione delle microplastiche variava in modo marcato a seconda dell’habitat. La steppa risultava l’ambiente più contaminato, con il 63% delle microplastiche totali rilevate, seguita dalle aree agricole (23%) e da quelle forestali (14%).
La contaminazione era particolarmente evidente durante i periodi non riproduttivi, suggerendo una possibile variazione stagionale legata alla disponibilità delle prede o ai movimenti degli animali.
Tra i polimeri identificati figurano materiali molto diffusi come il polietilene tereftalato (PET), l’etilene vinil acetato (EVA) e il polipropilene (PP).
Un dato particolarmente significativo riguarda la correlazione tra l’abbondanza delle prede e i livelli di microplastiche.
L’arvicola di Harting, principale preda tra i roditori, sembra giocare un ruolo centrale nel trasferimento trofico di queste particelle. Dove la densità delle prede era maggiore, anche la concentrazione di microplastiche nelle borre risultava più elevata. Questo rafforza l’ipotesi che le microplastiche si muovano lungo le reti trofiche terrestri in modo analogo a quanto già osservato negli ecosistemi marini.
Ancora una volta emerge con chiarezza il peso delle attività umane.
Le concentrazioni di microplastiche erano significativamente più alte nelle aree caratterizzate da un’intensa pressione antropica, come zone agricole e ambienti steppici degradati.
Al contrario, le aree forestali e maggiormente protette mostravano livelli inferiori di contaminazione, sottolineando l’importanza delle aree protette e di normative rigorose nella riduzione dell’impatto ambientale.
Questo studio amplia la nostra comprensione dell’inquinamento da microplastiche negli ecosistemi terrestri e mette in luce un aspetto ancora poco esplorato: la vulnerabilità dei predatori notturni.
I gufi comuni, con il loro ruolo ecologico e la loro sensibilità alle alterazioni ambientali, diventano indicatori preziosi di un problema che non riguarda solo mari e oceani, ma anche campagne, steppe e foreste.
Proteggere la fauna selvatica dall’inquinamento da microplastiche significa intervenire alla fonte: ridurre la produzione di plastica, migliorare la gestione dei rifiuti, limitare le attività antropiche nelle aree più sensibili. Solo attraverso strategie di conservazione mirate e una gestione più responsabile dell’ambiente sarà possibile spezzare questa catena invisibile di contaminazione e restituire agli ecosistemi, e ai loro abitanti notturni, un futuro più sano.
L’articolo “Microplastics in long-eared owl (Asio otus) pellets: tracing contamination through prey” è stato pubblicato su European Journal of Wildlife Research.
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