Milano, una qualsiasi mattina di ottobre. Attraversiamo la città partendo dalla periferia sud-ovest, direzione Stazione Centrale. La frase suona scontata, ma è sempre attuale: il traffico è impazzito. Le auto sono incolonnate verso uno dei varchi all’Area B. Perlopiù sono nuove fiammanti, le targhe non mentono: GL, GM, GN… Sono gli effetti delle politiche di limitazione alla circolazione. Dai tubi di scappamento si levano in cielo nuvolette di fumo, contengono qualche grammo di CO2 in meno, abbondantemente compensate da quelle emesse per produrre migliaia di nuovi veicoli.
Chi non è seduto in auto si arrangia come può. Una mamma a un incrocio spinge un passeggino senza perdere d’occhio la figlioletta più grande che l’affianca su un monopattino. Al quarto tentativo ce la fanno ad attraversare la strada. Cosa che invece non riesce a un anziano signore. Attende fiducioso che qualcuno lo faccia passare o forse è lì solo perché non sa cos’altro fare.
Sono tanti i pedoni in attesa sulle strisce, pochi invece gli automobilisti disposti a riconoscere la precedenza che spetterebbe loro di diritto. A volte, quando ciò accade, qualcuno resta lo stesso fermo al suo posto continuando a compulsare il cellulare, in un atteggiamento totalmente estraneo a ciò che sta accadendo intorno.
Gli scooteristi sfrecciano col più totale disprezzo di ogni regola, i ciclisti si avventurano in slalom improbabili, quelli che pedalano sulle piste a loro riservate hanno lampi di paura negli occhi. Quasi ogni giorno le cronache riferiscono di incidenti, spesso gravi, a volte dalle conseguenze fatali.
Ecco la Milano odierna. Meno fuligginosa di quella degli anni ’60 e ’70, d’altronde ci si è accorti che è più facile fare i soldi coi soldi piuttosto che con le fabbriche, e meno yuppie di quella degli anni ’80 e ’90, perché adesso è tutto smart e green. Forse Milano cambia per non cambiare.
Arriviamo in stazione. Sul piazzale antistante bivaccano i disperati, giunti qua con le tasche vuote ma piene di speranze. Impossibile non ricordare i Treni del Sole coi quali milioni di connazionali hanno lasciato le loro terre per trovare lavoro e occasioni di riscatto a Milano. Molti alla fine si sono dovuti accontentare di avere l’elettricità e l’acqua in casa, in cambio di turni massacranti e lavori alienanti. Una buona parte di quelli che sono rimasti o che sono tornati nei luoghi nativi oggi conducono un B&B e offrono servizi turistici, oppure hanno riscoperto il piacere di coltivare la terra o, ancora, gestiscono una trattoria fronte mare quando non è coronata dalla macchia verde di ulivi, agrumi e boschi. Respirano aria buona, assecondano ritmi più umani, si godono i piaceri semplici della vita, quelli autentici, non imposti dagli ammaliatori del marketing.
Milano raccontata come la città che offre un’opportunità a tutti è un bias cognitivo che si finisce per accettare, anche quando ogni evidenza spinge verso altre conclusioni. Il cassetto dei sogni talvolta è un posto ingannevole, percorso da una linea sottile che separa le aspirazioni dagli incubi.
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