Lo scorso 26 dicembre 200mila metri cubi di roccia sono crollati dalla parete nordest del Monviso, dalla sommità del Torrione del Sucaj, a quota 3.200 metri. Il fronte franoso, largo una cinquantina di metri, si è sviluppato fino a quota 2.800 metri e si è distribuito tra le quote 2.650 e 2.520. Sono queste le conclusioni dei tecnici dell’Arpa (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) del Piemonte dopo il sopralluogo effettuato nei giorni scorsi nel settore interessato dal crollo che si trova a circa 200 metri dal Canalone Coolidge, dedicato all’alpinista, storico e teologo statunitense che da qui salì nell’estate del 1881.
Parete instabile dal 2010
I tecnici dell’Arpa hanno perimetrato con precisione la frana ed effettuato riprese fotografiche che sono state utilizzate per un confronto con immagini precedenti, così da valutare con precisione la porzione crollata. Già in passato, in particolare a partire dal 2010, la parete interessata aveva dato segnali di instabilità, come indicano anche i numerosi grandi blocchi alla sua base. All’origine dei crolli i tecnici ipotizzano che un ruolo importante sia svolto dalla degradazione del permafrost.
Il termine permafrost indica un substrato (terreno o, come in questo caso, roccia) che resta sempre congelato. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) considera lo spessore e la temperatura del permafrost come fattori fondamentali per valutare gli impatti dei cambiamenti climatici e livello globale.
Il ruolo ambivalente del permafrost
Relativamente alla stabilità di una parete rocciosa, il permafrost ha un ruolo ambivalente: di norma è un fattore stabilizzante in quanto impedisce il collasso delle parti rocciose e non consente infiltrazioni profonde di acqua nella roccia, evitando l’effetto distruttivo dei cicli gelo-disgelo. Quando, però, il permafrost si riscalda o scompare, amplifica l’effetto destabilizzante di altri fattori: per esempio permettendo all’acqua di entrare nelle crepe, acqua che poi quando gela agisce sulla roccia con un forte potere di dilatazione. E il ripetersi di precipitazioni intense in alta montagna amplifica gli effetti disgregativi della roccia.
Nei giorni successi allo smottamento principale del Monviso, i tecnici hanno registrato altri crolli secondari che fanno supporre come la parete non abbia ancora raggiunto un equilibrio e quindi che siano ancora possibili fenomeni importanti di frana.
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