Il suolo è diventato un bacino di accumulo di inquinanti persistenti, a causa della produzione di plastica in costante crescita a livello mondiale e delle incorrette pratiche di smaltimento del rifiuto in plastica.
Un’innovativa metodologia messa a punto congiuntamente dall’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Consiglio nazionale delle ricerche di Perugia (Cnr-Isafom) e dall’Università degli studi di Milano ha messo a punto un innovativo protocollo di analisi che permette di individuare con precisione la presenza di inquinanti persistenti nel compost – come plastiche e microplastiche – nel compost, distinguendoli da altre sostanze biodegradabili come le plastiche compostabili.
Il protocollo di analisi, descritto sulla rivista ACS Sustainable Chemistry & Engineering, favorirà una maggiore sicurezza alimentare e sostenibilità delle catene di approvvigionamento.
Determinazione delle tracce di plastica nel compost
La novità consiste nello sviluppo di una procedura di idrolisi termo-alcalina selettiva che agisce come uno spartiacque analitico. Sottoponendo campioni di materiali recuperati dal compost a una soluzione specifica di idrossido di sodio a 80 °C, il protocollo riesce a dissolvere completamente i polimeri compostabili (come PLA e materiali a base di amido), lasciando invece inalterate le plastiche convenzionali (quali PE, PP, PET, PVC, PS). che resistono all’attacco chimico.
«La determinazione delle tracce di plastica nel compost, fino a oggi, non permetteva di distinguere tra plastiche tradizionali e compostabili, con queste ultime che rappresentano un costituente legittimo della frazione organica dei rifiuti urbani. In questo contesto, la capacità di distinguere accuratamente tra polimeri fossili recalcitranti e plastiche compostabili nel compost non è più solo una questione tecnica, ma un prerequisito fondamentale per la sicurezza alimentare e la sostenibilità delle catene di approvvigionamento globali» spiega Mirko Cucina, ricercatore del Cnr-Isafom autore dello studio insieme a Fabrizio Adani dell’Università degli Studi di Milano.
Aggiunge Adani: «Questa tecnologia permette di superare i limiti dei metodi attuali, spesso troppo costosi o imprecisi per un’applicazione su larga scala, garantendo un tasso di recupero del 98% e una precisione validata tramite spettroscopia infrarossa».
Strategie di bioeconomia circolare
La ricerca offre una risposta concreta alla necessità di proteggere i terreni agricoli dall’accumulo di microplastiche, promuovendo al contempo l’uso di bioplastiche che possono effettivamente ritornare alla terra sotto forma di nutrienti.
«Il nostro metodo permette di evitare che i materiali biodegradabili vengano erroneamente classificati come inquinanti, incentivando così l’adozione di alternative compostabili sicure» aggiungono i ricercatori.
A livello tecnico, questo studio offre agli impianti di trattamento dei rifiuti organici una metodologia a basso costo e alta efficacia per certificare la qualità del compost e monitorare la degradazione dei nuovi materiali polimerici.
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