Gli oceani stanno cambiando rapidamente e gli effetti si ripercuotono sugli ecosistemi marini, sulle coste e sulle comunità che dipendono dal mare. A documentare questa trasformazione è il decimo Copernicus Ocean State Report (OSR10), pubblicato il 2 ottobre 2026 da Mercator Ocean International nell’ambito del programma europeo Copernicus Marine Service (scarica qui il documento di sintesi).
Il rapporto raccoglie i contributi di 125 scienziati e si basa su osservazioni satellitari, misurazioni dirette e modelli numerici per ricostruire l’evoluzione dell’oceano globale e dei mari regionali.
Tra i segnali più significativi emerge l’accelerazione del riscaldamento: nel 2025 l’oceano ha assorbito altri 23 zettajoule di calore, una quantità pari a circa 40 volte l’energia consumata a livello mondiale nello stesso anno. Anche il livello medio globale del mare continua a salire: tra il 1999 e il 2025 è aumentato di 3,8 millimetri all’anno, con una velocità salita a 4,2 millimetri annui nel periodo 2012-2025. Nel frattempo, tra il 1985 e il 2025, l’acidità oceanica è aumentata di circa il 17%.
Gli effetti del riscaldamento si propagano negli ecosistemi
L’accumulo di calore non è un fenomeno isolato, ma innesca una serie di trasformazioni interconnesse. L’aumento delle temperature favorisce le ondate di calore marine, modifica le condizioni di vita degli organismi e può alterare la distribuzione delle specie. Il riscaldamento contribuisce inoltre all’innalzamento del livello del mare, sia attraverso l’espansione dell’acqua più calda sia per effetto della perdita di ghiaccio continentale.
Anche i mari europei mostrano segnali preoccupanti. Nel 2024, il Mediterraneo e il Mar Nero hanno registrato ondate di calore marine eccezionali, alcune durate oltre 30 giorni, con temperature superiori alla media di più di 4,6 °C. Le analisi del contenuto di calore fino a 40 metri di profondità hanno inoltre mostrato che una parte dell’energia termica può rimanere accumulata sotto la superficie. Per comprendere gli effetti sulle comunità biologiche, quindi, non basta osservare la temperatura superficiale: occorre conoscere anche ciò che avviene negli strati sottostanti.
Nord Adriatico, il ruolo delle piene fluviali
Al rapporto ha contribuito anche l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste, con uno studio dedicato agli effetti degli eventi fluviali estremi sulle dinamiche biogeochimiche delle acque costiere. La ricerca, intitolata How extreme river discharge events shape coastal biogeochemical dynamics: the 2024 northern Adriatic case, analizza il funzionamento dell’ecosistema del nord Adriatico durante un anno caratterizzato da importanti anomalie.
Il gruppo di ricerca ha combinato dati satellitari e prodotti modellistici del Copernicus Marine Service con un modello costiero italiano ad alta risoluzione, capace di descrivere i fenomeni su una griglia di 500 metri. L’obiettivo era quantificare le variazioni della clorofilla rispetto alla media di lungo periodo e metterle in relazione con le portate dei fiumi, l’apporto di nutrienti, la temperatura superficiale e la circolazione marina.
I risultati mostrano che all’inizio della primavera 2024 le concentrazioni di clorofilla hanno superato del 100% i valori climatologici, cioè le medie di riferimento calcolate sul periodo 1999-2022. Le anomalie sono proseguite durante l’estate e l’autunno, accompagnate da un aumento della produzione primaria, ossia la formazione di materia organica da parte degli organismi fotosintetici.
Un ruolo importante è stato svolto dalle ripetute e intense piene del Po, registrate tra marzo e giugno e nuovamente in ottobre. Le acque fluviali trasportano verso il mare nutrienti, tra cui fosfati, che possono stimolare la crescita del fitoplancton e favorire accumuli di biomassa. L’effetto dipende però anche dalla temperatura e dalla circolazione marina, che influenzano la distribuzione e la permanenza dei nutrienti e degli organismi nell’acqua.
L’aumento della clorofilla è un indicatore di una maggiore presenza di biomassa fotosintetica e può segnalare condizioni favorevoli all’eutrofizzazione, il processo attraverso cui un eccesso di nutrienti altera l’equilibrio degli ecosistemi acquatici. Quando la produzione e l’accumulo di materia organica diventano eccessivi, la sua decomposizione può consumare ossigeno e creare condizioni sfavorevoli per gli organismi marini. Lo studio documenta anomalie e possibili episodi di maggiore eutrofizzazione, senza implicare che ogni aumento della clorofilla conduca necessariamente a una carenza di ossigeno.
Prevedere per proteggere le coste
La ricerca evidenzia l’importanza dei sistemi di previsione per comprendere e monitorare fenomeni che nascono dall’interazione tra terra e mare. I modelli ad alta risoluzione consentono di individuare differenze spaziali che potrebbero sfuggire alle analisi su scala più ampia, ricostruendo la distribuzione locale della clorofilla e l’evoluzione delle anomalie.
Queste informazioni sono particolarmente preziose in un contesto di crescente variabilità climatica, nel quale eventi fluviali intensi e temperature elevate possono combinarsi, modificando rapidamente le condizioni degli ecosistemi costieri. Integrare osservazioni satellitari, misurazioni sul campo e modelli permette di migliorare il monitoraggio, riconoscere situazioni potenzialmente critiche e fornire informazioni utili alla gestione ambientale.
A dieci anni dalla prima edizione, il Copernicus Ocean State Report mostra così il valore delle serie storiche e del monitoraggio continuativo: uno strumento per capire dove e come stanno cambiando e per preparare le comunità costiere alle conseguenze future.
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