La vicenda dei due cuccioli d’orso rimasti orfani – a causa dell’uccisione a colpi di fucile della loro madre, la famosissima orsa Amarena – è stata per mesi al centro di polemiche sui social fra quanti avrebbero voluto che il Parco li catturasse, tenendoli in cattività per l’inverno, e un’altra corrente di pensiero che preferiva garantire ai due orsi la libertà, senza rischiare che la prigionia potesse modificare il loro comportamento, pregiudicandone il successivo rilascio in natura.
Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM), dopo un lungo periodo di riflessione e di serrate consultazioni, ha deciso di lasciare i due cuccioli liberi nel loro ambiente naturale, ritenendo che il pericolo di non farcela potesse essere meno problematico per i due animali, rispetto alla possibilità di un’esistenza da prigionieri. Una scelta difficile, non priva di possibili ricadute negative visto che oramai i social sono diventati dei veri e propri tribunali, dove torme di sedicenti esperti si scagliano contro questo o contro quello a ogni piè sospinto. Fortunatamente, per gli orsi, i due fratelli hanno superato il periodo di ibernazione e sono stati nuovamente avvistati, in perfetta salute, al principio della primavera, come attestano diversi video pubblicati dal Parco.
Ora che i cuccioli hanno superato un periodo davvero complesso come l’inverno, riuscendo a sopravvivere senza la protezione della madre, qualcuno vorrebbe prendersene il merito, affermando che sia stato proprio il gesto di disobbedienza civile, quello di alimentare gli orsi nonostante il divieto, ad avere garantito il loro futuro.
Il sedicente “esperto” ha motivato, senza esporsi, la propria scelta di dare cibo ai cuccioli. E si è così riaperta per l’ennesima volta la questione sull’alimentazione supplementare che, secondo alcuni, dovrebbe essere assicurata dal Parco d’Abruzzo agli orsi, per consentire loro maggiori possibilità di restare in salute e diminuire il disturbo arrecato nei confronti delle attività antropiche. In effetti il Parco, alla metà degli anni ’80 del secolo scorso, provò a creare dei punti di alimentazione per gli orsi, nel tentativo di limitare le predazioni ma anche, e soprattutto, credendo che questo potesse essere d’aiuto alla tutela degli orsi marsicani, un endemismo raro che deve essere preservato a ogni costo. L’esperimento non diede gli esiti sperati dimostrando che la gran parte del cibo messo a disposizione degli orsi veniva consumato da altri animali selvatici, inevitabilmente attirati da questa dispensa a cielo aperto. Consapevoli dei rischi rappresentati da questi “carnai”, che potevano contribuire ad alterare i comportamenti della fauna (anziché rappresentare un effettivo soccorso) il Parco decise di sospendere queste operazioni. Una scelta messa in atto e mantenuta seguendo l’orientamento dei maggiori esperti mondiali di conservazione e di gestione delle popolazioni di plantigradi.
Nonostante anni di molteplici spiegazioni qualcuno ancora insiste sulla necessità della cosiddetta “alimentazione supplementare”, sostenendo che gli orsi rivolgono le loro attenzioni alle risorse degli uomini solo perché hanno fame. Dimenticando che proprio gli orsi – carnivori per natura ma onnivori per scelta – sono fra le specie con il maggior ventaglio di risorse alimentari e che la loro frequentazione di paesi, pollai e di qualche apiario è dato dalla facilità di accesso di queste risorse, in quanto sprovviste delle difese necessarie a garantire una corretta coesistenza fra uomini e animali. Senza dimenticare la grande attrattiva generata da una pessima gestione dei rifiuti, messa in atto da troppi paesi del comprensorio, considerando che una buona parte delle amministrazioni comunali non è ancora riuscita a completare l’installazione dei cassonetti dei rifiuti a prova d’orso.
La tutela degli orsi marsicani, come di ogni altra specie in pericolo, non ha bisogno di improvvisati salvatori, ma solo di esperti consapevoli. La vita di tutti gli esseri viventi è sottoposta ai rischi insiti nei cicli naturali e quella degli animali selvatici è costellata di maggiori pericoli, più per le attività antropiche e per le scelte sbagliate dell’uomo che non per le difficoltà naturalmente insite nella vita in natura. Sarebbe ora che noi umani imparassimo che la miglior azione che possiamo mettere in atto per agevolare la conservazione sia quella di lasciare che siano gli equilibri naturali a tracciare il percorso, smettendo di comportarci come un fallimentare dio creatore.
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