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Parco Nazionale Patagonia, un sogno divenuto realtà

A cavallo tra Cile e Argentina, la Patagonia vanta un sistema di aree protette che, con circa 300 mila ettari, è tra i più estesi del mondo.

Parco Nazionale Patagonia, un sogno divenuto realtà
Uno scorcio del Parco Nazionale Patagonia, in Cile. foto Davide Agati /WANE

Valeria Barbi Valeria Barbi 12 Gen 2025

C’è un’area della Patagonia dove la natura selvaggia è stata sottratta alle logiche del profitto grazie a un progetto visionario che continua a rinnovarsi e a espandersi, in nome della bellezza e della vita, è il parco nazionale Patagonia. Questa è la sua storia.

…

Abbandonata la Carretera Austral nel punto in cui il Rio Baker e il Rio Chacabuco si incontrano, un grande cartello di legno scuro annuncia l’ingresso in un mondo “altro”.

Un luogo dove il coraggio, la perseveranza e, più di ogni altra cosa, l’amore, hanno fatto sì che la natura selvaggia potesse rifiorire e farsi largo tra gli esseri umani.

Lungo la pista sterrata, un branco di guanaco riposa al sole. I lunghi peli disposti sui fianchi si agitano al ritmo delle raffiche di vento della Patagonia, mentre le orecchie non smettono di muoversi per captare ogni minimo rumore proveniente dalla steppa.

È quasi l’ora del tramonto e i puma sono a caccia. In lontananza le Ande, che fino a pochi minuti fa erano gialle, grigie e arancioni, ora iniziano a tingersi di azzurro, preludio della notte che avanza.

In cielo, due condor volteggiano alti. A tratti spariscono dietro un monte, per poi tornare, sospinti dalle correnti. Laggiù, quasi sicuramente c’è una carcassa e qualche predatore sta tornando a riscuotere ciò che è suo dopo una giornata passata ad oziare.

I condor delle Ande volteggiano alla ricerca di qualche carcassa di animale sulla quale atterrare.
foto di Davide Agati / WANE

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Tanti ecosistemi e una ricca biodiversità

Situato nella zona di transizione tra la steppa arida argentina e le foreste temperate di faggio del sud della Patagonia cilena, l’omonimo Parco Nazionale comprende una serie di ecosistemi ricchi di biodiversità.

Vi sono praterie, zone umide e foreste ripariali dominate dal faggio nano deciduo (Nothofagus pumilio), dal ñire, o faggio antartico (Nothofagus antarctica) e dal faggio di Dombey (Nothofagus dombeyi), oltre ad altre 370 specie di piante vascolari.

Ampie lagune ospitano fenicotteri rosa e, tra le montagne, laghi glaciali color smeraldo ricordano, dall’alto, le pietre di un diadema.

La natura strappata agli allevamenti di pecore

In molti stenterebbero a credere che fino al 2004 questo paesaggio sia stato dominio indiscusso di allevatori di bestiame, in particolare di pecore.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, infatti, mentre i governi cileno e argentino lottavano per il controllo del cono Sud, la Patagonia veniva velocemente devastata dalla pastorizia.

Nel 1877, appena 34 anni dopo che il Cile aveva fondato la sua prima colonia sulla sponda nord-occidentale dello Stretto di Magellano, il governatore della nascente città portuale di Punta Arenas portò un gregge di appena 300 capi dalle Isole Falkland-Malvinas e lo vendette a Henry Reynard, emigrato dallo Yorkshire.

L’attività di produzione di lana di Reynard si rivelò un tale successo da essere replicata velocemente in tutta la regione. Dopo solo trent’anni, l’azione di 12 milioni di pecore sulla steppa millenaria ne soppiantò i legittimi abitanti: guanaco, puma, nandù e, a cascata, tutti coloro che da queste specie dipendevano. Popolazioni indigene comprese, che nel giro di poco tempo si videro costrette a lasciare la loro casa.

La Valle del Chacabuco, in Cile, cuore del Parco Nazionale Patagonia. Foto di DAvide Agati / WANE

La valle del Chacabuco

Poi, nel 1995, quella che era iniziata come un’escursione nella selvaggia Patagonia, cambiò il corso della storia di questa regione e del mondo della conservazione.

Kristine e Douglas Tompkins, una coppia di cittadini statunitensi, conosciuti ai più per essere stati rispettivamente CEO del brand Patagonia e il fondatore di North Face ed Esprit, posarono gli occhi per la prima volta su quello che, oggi, è il cuore pulsante del Parco: la Valle del Chacabuco.

Colpiti dalla bellezza di quel luogo che stava velocemente scomparendo, diedero vita a una massiccia campagna di acquisizione di terreni e, grazie al supporto di svariati donatori, nel 2004 comprarono una proprietà di più di 70.000 ettari nella valle.

A questi negli anni successivi se ne aggiunsero di nuovi fino a raggiungere un’estensione di oltre 80 mila ettari e che, oggi, è di circa 304 mila.

Ma non era abbastanza. «Quello che Kristine e Douglas compresero presto – racconta Carolina Morgado, Direttrice di Rewilding Chile, mentre osserva sorridente le decine di libri dedicati al parco sistemati nella grande libreria del suo ufficio di Puerto Varas – è che un simile contesto naturale, senza le specie che lo contraddistinguono, non era altro che un bel panorama e non poteva, ecologicamente parlando, rifiorire».

segue nella prossima puntata

 

L’articolo fa parte di WANE – We Are Nature Expedition, un progetto di reportage a cura di Valeria Barbi.

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