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Rewilding, quando la natura si riappropria dei suoi spazi

Il Parco Nazionale Patagonia è un importante esempio di cosa significa Rewilding, ovvero il ripristino degli habitat e della loro funzionalità

Rewilding, quando la natura si riappropria dei suoi spazi
Un guanaco, una delle specie che hanno ripopolato la pampa della Patagonia in seguito a progetti di rewilding. foto Davide Agati/WANE

Valeria Barbi Valeria Barbi 14 Gen 2025

Dopo l’acquisizione dei terreni che avrebbero dato vita al Parco Nazionale Patagonia si passò al Rewilding: un complesso lavoro di ripristino biologico ed ecologico finalizzato a ridare agli ecosistemi la loro funzionalità.

Coniato per la prima volta negli anni ’90 dall’attivista Dave Foreman, il rewilding è il recupero su larga scala delle aree selvagge. Attraverso la reintroduzione della fauna selvatica autoctona o il ripopolamento delle popolazioni, il rewilding consente ai processi naturali di prosperare e agli ecosistemi di essere funzionali, completi e autosufficienti.

Insieme alla rimozione di 25.000 capi di bestiame e di circa 600 chilometri di recinzioni e filo spinato che limitavano o impedivano il movimento della fauna selvatica, iniziò un lungo percorso di protezione e reintroduzione di specie chiave.

Carolina Morgado, direttrice di Rewilding Chile, l’organizzazione no profit che nasce dalla Tompkins Foundation con l’obiettivo di sviluppare progetti di conservazione e rewilding nel paese. Foto Davide Agati / WANE

«Una delle cose da tenere a mente quando si dà vita a un progetto di rewilding – spiega Carolina Morgado, direttrice di Rewilding Chile – è che per quanto tutte le specie siano importanti, alcune lo sono di più e, per il solo fatto di essere presenti in un ecosistema, sono in grado di regolare la distribuzione e l’abbondanza delle altre».

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Un puma ripreso all’interno del Parco. Secondo un monitoriaggio avviato nel 2008, nella sola Valle del Chacabuco, risiede una popolazione di 25-30 individui. Foto JOHANNA ZAJC – Rewilding Chile

Le specie chiave del parco

È quanto accadde, ad esempio, grazie al meccanismo della catena trofica, o piramide alimentare.

Nel 2008 venne avviato quello che era destinato a diventare il più ampio programma di monitoraggio del puma.

Finalizzato alla sua conservazione, consentì di conoscerne a fondo il comportamento e la sua reazione all’istituzione di un’area protetta in cui dover condividere la rete dei sentieri con i turisti.

Il programma arrivò anche stabilire la presenza di 3,44 puma ogni 100 km2 e una popolazione totale residente di 25-30 individui nella sola Valle del Chacabuco.

Dai puma ai condor, dal Gatto di Geoffroy al guiña e al gatto delle pampas. E poi l’huemul (Hippocamelus bisulcus), conosciuto come il fantasma dei boschi.

E il guanaco che si nutre del 75% di tutte le specie vegetali della steppa patagonica. È una specie chiave impedendo la dominazione delle specie erbacee, agendo da dispersore di semi e fertilizzando il suolo con le sue feci, oltre ad avere un tasso di riproduzione in grado di sostenere una popolazione di carnivori locali in salute.

Fino all’ultimo lavoro, quello che ha coinvolto il Nandù di Darwin, un uccello inabile al volo facente parte della famiglia Rheidae, noto per le incredibili cure parentali messe in atto dal solo maschio nei confronti di una prole che può superare anche i 12 pulcini.

Il nandù di Darwin, un uccello incapace di volare originario del Sud America orientale.
Foto Davide Agati / WANE

2017: nasce il Parco

Anno dopo anno, e attraverso una rete di donazioni e il lavoro congiunto di enti come la Tompkins Foundation – da cui nascono nel 2021 Rewilding Cile e Rewilding Argentina – Kristine e Douglas Tompkins, scomparso nel 2015 in seguito ad un incidente in Kayak nel Lago General Carrera, danno vita a una strategia di acquisizione di terreni, rimozione di bestiame e recinzioni, e reintroduzione di specie che diventa un vero e proprio modello per il mondo intero.

Fino alla firma, nel 2017, di una partnership pubblico-privata destinata a fare la storia. Sullo sfondo del Parco Nazionale Patagonia, l’allora Presidente del Cile Michelle Bachelet e Kristine Tompkins, in rappresentanza dell’omonima fondazione, siglarono un accordo in base al quale quest’ultima cedeva i terreni acquisiti in cambio dell’impegno da parte del Governo di ampliare le aree protette e di mantenere lo status di quelle attuali.

segue nella terza e ultima puntata

puntata precedente

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