L’Italia produce più rifiuti speciali, ma riesce anche a riciclarne sempre di più. È questo il messaggio che emerge dall’ultimo Rapporto ISPRA, che fotografa un sistema in evoluzione verso l’economia circolare. Nel 2024 sono state prodotte oltre 172 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, con un aumento del 4,6% rispetto all’anno precedente. Un dato importante, ma ancora più significativo è quello relativo al recupero di materia, cresciuto del 6,4%, mentre il ricorso alla discarica continua a diminuire (-2% rispetto al 2023 e quasi -24% rispetto al 2021). Ricordiamo che sono definiti rifiuti speciali i rifiuti prodotti dalle attività economiche e produttive (industriali, artigianali, commerciali, di costruzione, ecc.), a differenza dei rifiuti urbani, che derivano principalmente dalle utenze domestiche e dai servizi comunali.
Oggi il 74,3% dei rifiuti speciali gestiti viene recuperato come materia prima seconda (si definisce così il materiale che deriva dal riciclo o dal recupero di scarti e rifiuti), confermando che il riciclo rappresenta la principale destinazione di questi materiali. Lo smaltimento, invece, si ferma al 13,9%, segnale di una progressiva riduzione del ricorso alle soluzioni meno sostenibili.
Dall’edilizia la metà dei rifiuti speciali italiani
A fare la parte del leone è il settore delle costruzioni e demolizioni, che produce oltre la metà dei rifiuti speciali italiani (90,4 milioni di tonnellate). Proprio questo comparto rappresenta uno dei migliori esempi di economia circolare: il tasso di riciclo raggiunge infatti l’82,4%, superando ampiamente l’obiettivo europeo del 70%.
Anche altri flussi mostrano risultati incoraggianti. Gli pneumatici fuori uso vengono recuperati come materia nell’85% dei casi, mentre il riciclo dei veicoli a fine vita raggiunge l’86,7%, oltre il target europeo dell’85%, anche se resta ancora lontano l’obiettivo del 95% di recupero complessivo.
Non mancano però le criticità. I rifiuti contenenti amianto sono aumentati del 13,4%, segnale che la bonifica del territorio procede ancora in modo non sistematico. Anche i fanghi di depurazione vedono ancora una quota rilevante destinata allo smaltimento (44,1%), mentre i rifiuti sanitari continuano a essere avviati prevalentemente a smaltimento.
Il valore economico del riciclo
Un altro nodo riguarda il valore economico del riciclo. Secondo il Consorzio PolieCo, l’Italia continua infatti a esportare una parte consistente dei materiali recuperabili. Nel 2024 sono state esportate circa 3,3 milioni di tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi e oltre 2,2 milioni di tonnellate sono destinate al recupero di materia all’estero. In pratica, molti materiali vengono raccolti e preparati negli impianti italiani, ma trasformati in nuove materie prime fuori dai confini nazionali. Per PolieCo questa situazione rappresenta una perdita di opportunità per il sistema produttivo italiano. Rafforzare gli impianti di riciclo e velocizzare le autorizzazioni significherebbe trattenere nel Paese investimenti, occupazione e materie prime seconde, rendendo il riciclo non solo una scelta ambientale ma anche una leva di competitività industriale.
I dati del Rapporto ISPRA raccontano quindi un’Italia che sta migliorando le proprie performance nel recupero dei rifiuti e riducendo il ricorso alla discarica. La sfida, ora, non è soltanto riciclare di più, ma fare in modo che il valore generato dal riciclo resti all’interno del Paese, trasformando i rifiuti in una risorsa strategica per l’industria e per la transizione verso un’economia sempre più circolare.
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