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Ambiente
da uno studio della Harvard University

Il PM2.5 nell’aria aumenterebbe la mortalità da COVID-19

Il PM2.5 nell’aria aumenterebbe la mortalità da COVID-19

Andrea Di Piazza Andrea Di Piazza 8 Apr 2020

Da oltreoceano giunge una notizia inquietante: la presenza di PM2.5 nell’aria aumenterebbe la mortalità da COVID-19.

In queste ore l’epidemia del virus Sars-CoV-2 sta colpendo duramente gli Stati Uniti d’America. Fonti del Governo stimano un numero piuttosto elevato di potenziali vittime compreso tra le 100mila e le 240mila unità.

Secondo i risultati di uno studio appena sottoposto alla revisione della comunità scientifica internazionale e redatto da un team di ricerca di Harvard University, il tasso di mortalità associato al suddetto Coronavirus sarebbe fortemente dipendente dal livello di inquinamento atmosferico e in particolar modo dalla quantità di PM2.5 presenti in atmosfera.

Le polveri sottili: altro nemico invisibile

Il particolato atmosferico è composto da particelle solide e liquide sospese in aria di dimensioni microscopiche.

In particolare sotto il nome di “PM2.5” vanno tutte quelle polveri con diametro aerodinamico inferiore o uguale a 2.5µm.

È il cosiddetto “particolato fine” di cui sorgenti sono un po’ tutti i tipi di combustione. Sono inclusi i motori di auto e motoveicoli, gli impianti di produzione di energia elettrica, a legna per il riscaldamento domestico. Ma anche gli incendi boschivi e molti altri processi industriali. Queste minuscole particelle possono essere inalate e respirate, spingendosi nella parte più profonda dell’apparato respiratorio umano e raggiungendo i bronchi. La frazione più fine, inoltre, si sospetta che possa filtrare ancora più in profondità nel nostro organismo entrando nel sangue e raggiungendo le cellule.

Gli effetti dell’assorbimento del PM2.5 sono legati al periodo di esposizione e alla concentrazione di metalli presenti.

Possono bastare pochi giorni ad alte concentrazioni per avere infiammazione delle vie respiratorie, crisi di asma o malfunzionamento del sistema cardiocircolatorio.

Un’esposizione prolungata può, invece, generare effetti di tipo cronico con sintomi come la tosse, il catarro, una diminuzione della capacità polmonare o cardiaca, asma ed altre forme infiammatorie con conseguenze anche fatali.

Il Global Burden Disease Study ha identificato già da parecchio tempo l’inquinamento atmosferico come un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari, oltre a provocare almeno 5.5 milioni di morti premature l’anno in tutto il mondo.

I risultati dello studio

L’obiettivo era studiare l’influenza dell’esposizione al PM2.5 sul tasso di mortalità del Coronavirus. I ricercatori americani hanno così raccolto dati in oltre 3.000 contee degli Stati Uniti relativamente alle vittime di COVID-19 e all’esposizione a lungo termine della popolazione alle PM2.5.

I risultati hanno dimostrato che un aumento di appena 1 μg/m3 di PM2.5 nell’aria corrisponderebbe a aumento del 15% del tasso di mortalità da COVID-19.

I pazienti dunque che sono stati esposti per lungo tempo ad aria inquinata rischierebbero maggiormente la morte per complicazioni legate al Coronavirus rispetto ad altri che hanno vissuto in zone con aria più pulita.

Il PM2.5 dunque può aggravare fortemente i sintomi di infezione da COVID-19, aumentando enormemente il rischio di mortalità nei pazienti vittima del virus.

I risultati di questo studio dovrebbero sottolineare l’importanza di continuare ad implementare una normativa stringente sulla qualità dell’aria. Non solo durante l’attuale pandemia ma anche per l’immediato futuro.

Soltanto migliorando la qualità dell’aria che respiriamo potremo prevenire l’insorgere di malattie respiratorie e dunque mitigare il rischio di mortalità associato ad eventuali virus.

Il dibattito all’interno della comunità scientifica

Nei giorni scorsi, proprio in Italia, il dibattito all’interno della comunità scientifica si era orientato su eventuali evidenze tra la concentrazione di polveri sottili in aria (PM10) e la diffusione dell’epidemia.

Da un lato si erano schierati alcuni studiosi (ad esempio i ricercatori della Società Italiana di Medicina Ambientale e delle università di Bari e Bologna) che sostenevano, dati e studi precedenti alla mano, la forte correlazione tra presenza di particolato in atmosfera e diffusione del Coronavirus.

Dall’altro lato “gli scettici”, in primis la Società Italiana di Aerosol e i 70 firmatari di una nota nella quale si asserisce come «ad oggi non sia stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio al Covid-19 dovuto all’esposizione alle polveri atmosferiche» e per cui «si ritiene che la proposta di misure restrittive di contenimento dell’inquinamento sia, allo stato attuale delle conoscenze, ingiustificata».

Il position paper pubblicato dai ricercatori della Società Italiana di Medicina Ambientale si sofferma però principalmente sull’effetto-carrier del particolato atmosferico più grossolano (PM10) nei confronti del Coronavirus e dunque della diffusione dell’epidemia. Sarebbe ora interessante applicare la metodologia dello studio americano al caso Italia per, eventualmente, confermarne i risultati e agire di conseguenza per ridurre il rischio di ulteriori vittime nell’immediato futuro.

 

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riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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