di Maddalena Jahoda
Un afoso pomeriggio di agosto del 2018 un ding del mio cellulare mi segnalò che era arrivato un messaggio sulla pagina Facebook di Tethys. Una costernata “follower” mi diceva che era appena successo un episodio davvero sconvolgente al suo amico Francesco. Mi feci subito mettere in contatto per farmi raccontare la storia dall’interessato.
Reduci da un’immersione, tre amici erano a bordo di una piccola imbarcazione al largo di una Genova affollata dai vacanzieri. Ormai già quasi dentro al porto – anche stavolta quello di Prà – si era presentata loro una scena a dir poco inaspettata: c’era un delfino, ed era in evidente difficoltà. Sporgeva con la testa, e sembrava incapace di muovere la coda, girando su se stesso in maniera del tutto anomala. Ma più sconcertante ancora fu che l’animale sembrò quasi chiedere aiuto. Col rostro, già fortemente escoriato sulla punta, si appoggiò allo specchio di poppa, sulla piccola piattaforma di fianco al motore, scambiò uno sguardo con i frastornati umani prima di inabissarsi inesorabilmente, in verticale. Era una stenella, probabilmente giovane, una specie che solitamente si trova ben più al largo. Chiesi di vedere il video che avevano girato col telefonino per cercare di capire cosa poteva essere successo al povero delfino. “Lo abbiamo cancellato” mi rispose Francesco, “era troppo triste.” Era successo in pieno Santuario Pelagos, l’area protetta per i cetacei, e il delfino era sembrato chiedere aiuto agli umani – che anche questa volta nulla avevano potuto fare.
Quasi contemporaneamente anche gli occupanti della barca di Whalewatch Genova stavano sgranando gli occhi, sempre in mar Ligure: la balenottera comune che avevano avvistato aveva qualcosa di strano, una serie di profondi, vistosi tagli paralleli, ormai cicatrizzati, che andavano dalla metà del corpo fino alla pinna dorsale. Sulle cause c’erano pochi dubbi: con ogni probabilità il risultato di una collisione con l’elica di una grossa barca. Anche questa notizia si propagò immediatamente sui social e quando vidi la foto feci un salto sulla sedia: si trattava di una vecchia conoscenza che compariva nel catalogo di balenottere fotoidentificate di Tethys e in particolare veniva menzionata sempre nei lavori sulle collisioni con le barche: era “Propeller”, ed era già stata avvistata nientemeno che nel luglio del 2010. A suo modo, era una bella notizia: nonostante la brutta ferita, l’animale era sopravvissuto, e a distanza di otto anni ancora frequentava il Santuario.
Ma si poteva fare qualcosa per prevenire simili incidenti, che purtroppo non sempre finiscono bene? Sì, si poteva. Qualcosa mi era già balenata in mente qualche tempo prima…
Episodio tratto da:
“Balene salvateci! I cetacei visti da un’altra prospettiva”
di Maddalena Jahoda
Ugo Mursia Editore
Pagine 282, 18 Euro
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