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il report

Qual è lo stato dei parchi in Italia

Qual è lo stato dei parchi in Italia

Armando Gariboldi Armando Gariboldi 26 Set 2018

È appena uscito un interessante e ben fatto Report del WWF Italia finalizzato ad analizzare la situazione delle aree protette nazionali, dal titolo: “Check-up dei parchi Nazionali e delle Aree Marine Protette”. Realizzato finalmente con un metodo di indagine scientifico e tracciabile, ovvero il noto sistema di Valutazione e Prioritizzazione Rapida della gestione delle Aree protette (RAPPAM) messo a punto dal WWF Internazionale (Erwin, 2003) ed ormai testato in molti casi nel mondo, il Rapporto ha evidenziato in modo ufficiale molte note “magagne” e qualche interessante novità.

 

Il valore di un cappuccino

Il primo risultato eclatante dell’inchiesta, alla quale hanno partecipato tutti i 23 parchi nazionali attualmente operativi e 26 aree marine protette sulle 29 istituite, è quello economico: lo Stato italiano ogni anno destina  ai suoi parchi 81 milioni di euro, ovvero 1 euro e 35 centesimi ad abitante, l’equivalente di un cappuccino. Secondo lo studio del WWF, «Il lungo cammino cominciato con la legge quadro sulle aree protette (la l.n.394/91) è ancora ben lontano dall’essere completato e fra le principali criticità ci sono gli strumenti di gestione, la carenza di personale qualificato e di risorse disponibili per progetti di conservazione».

L’indagine evidenzia infatti innanzitutto proprio l’inadeguatezza gestionale dell’Ente Parco, con strutture cronicamente a corto di fondi e di personale, soprattutto di quello specializzato. La presenza di naturalisti, veterinari, geologi, forestali è molto bassa, soprattutto nei livelli dirigenziali. Tra l’altro più di metà dei parchi nazionali (15 su 23) ad oggi non hanno nemmeno un presidente o direttore definitivo, sostituiti da varie figure di “facenti funzione”. Solo nel 30% dei casi è stato approvato in via definitiva il Piano per il Parco, e meno del 10% degli enti di gestione si sono dotati di un Regolamento. Le spese per le attività di monitoraggio e per i progetti di conservazione risultano entrambe inferiori al 10% del budget per la quasi totalità dei Parchi. In 9 parchi sono inferiori al 5%.

Le 29 Aree Marine Protette-AMP, poi, coprono solo 700 km di costa, lo 0,8% del totale e ricevono solo 7 milioni di euro all’anno di fondi. In vari casi poi il loro perimetro appare incompleto o incoerente con le valenze degli ecosistemi marini locali, soprattutto se si passa dalla tutela sulla carta a quella reale. Per esempio, per fare un caso verificato di persona quest’estate, nell’ Area Marina Protetta delle isole Pelagie, la famosa secca della Sicchitella a Linosa, ricchissima di pesce e sulla quale si immergono subacquei provenienti da tutto il Mediterraneo, è considerata solo come riserva parziale e di fatto non gode di alcuna protezione riscontrabile.

Questa situazione fa sì che la condizione di molte specie ed habitat in più del 50% delle Aree marine protette sia più o meno uguale o addirittura peggiore rispetto a quelle analoghe poste al loro esterno.

 

Urge una svolta nel sistema

 

Appare dunque urgente rimettere in moto il sistema delle aree protette italiane, partendo da quelle nazionali, ma senza dimenticare gli ancor più numerosi parchi e riserve regionali, che soffrono di problemi analoghi a cominciare, in molti casi, di una sorta di competizione tra il soggetto politico (il Presidente e il Consiglio direttivo) e quello tecnico (Direttore e Staff), con il primo che tende a reclutare il secondo non sempre sulla base di parametri di competenza, ma spesso in base a regioni di appartenenza politica, più o meno velata.

Archiviata l’epoca dello scontro sulla riforma, per fortuna non riuscita, della Legge sui Parchi con il precedente governo a guida PD, ora le Associazioni ambientaliste ed in particolare il  Wwf chiedono al nuovo governo e al parlamento «Una revisione della legge sulle aree protette (la n.394 del ’91), per semplificare procedure farraginose e migliorare la governance in particolare delle riserve marine, ma anche un aumento di 40 milioni dei fondi, la nomina di manager competenti e non politicizzati per gli enti, l’istituzione dei parchi nazionali “sospesi” (Stelvio, Delta del Po, Gennargentu, Matese, Portofino)».

Il ministro dell’Ambiente Costa, di provata serietà e competenza, ha risposto che «La tutela e la conservazione della natura, della fauna e degli habitat nel sistema delle aree protette nazionali sono e saranno centrali nella nostra azione di governo.  Per questo intendiamo agire subito, a cominciare dalle nomine, scegliendo i migliori profili a disposizione, attraverso un’ampia selezione di curricula evitando indicazioni di quelle persone che, a volte “un po’ troppo politicizzate”, non sono interessate a una vera svolta dei luoghi più importanti per la biodiversità in Italia. In questo, chiedo la massima collaborazione alle regioni per le intese. E’ solo il primo, ma importantissimo passo di trasparenza ed efficienza che vogliamo trasmettere per la governance dei parchi. Voglio buoni manager ambientali, di cui non mi interessa il “colore” ma il livello, che deve essere alto. Vorrei persone in grado di saper spendere le risorse a disposizione su progettualità concrete».

Il ministro Costa ha anche annunciato che intende istituire velocemente tutti i parchi in itinere e che, d’intesa con le regioni, ne vuole istituire altri, insieme ad altre Aree marine protette che devono crescere sia in numero che in risorse economiche disponibili. Vengono subito a mente l’Area marina protetta dell’Arcipelago Toscano che aspetta di essere istituita “solo” dal 1982 o il Parco Nazionale delle Isole Eolie, oppure le AMP mai istituite del Vomero, Maratea e Maremma, o della trasformazione in Parco nazionale dei lattari e di Punta Campanella nel Parco Nazionale della costiera si Amalfi e Sorrento.

Insomma il governo centrale è stato opportunamente sensibilizzato e il tema del rilancio dei parchi nazionali e di tutta la rete delle aree protette sul territorio nazionale, che nel complesso coprono una superficie  di circa 9.474.343 ettari, (c.a. il 21%  della superficie terrestre nazionale) e che nel 2015 sono stati visitati  da circa 30,5 milioni di persone, appare un’occasione concreta per dimostrare che i nostri amministratori davvero ci tengono  a quelli che, assieme al patrimonio culturale nazionale, rappresentano davvero i “gioielli di famiglia” del nostro Paese.

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