È stata approvata dall’unione Europea la normativa AFIR (Alternative Fuels Infrastructure Regulation), la quale indica agli Stati membri le regole da seguire per dotarsi di una rete infrastrutturale che supporti la mobilità elettrica.
Uno studio pubblicato da Transport & Environment (T&E un’organizzazione ambientalista europea indipendente) analizza il grado di compliance della rete italiana di ricarica con il regolamento.
Dall’analisi risulta che l’infrastruttura italiana esistente è sufficiente per rispettare i target fino al 2026, ma che andrà potenziata di 7 volte per centrare i target del 2030. Inoltre, secondo T&E la rete di ricarica dovrà essere più omogenea per evitare un’Italia “a due velocità”.
Cosa ci chiede l’Europa
Il Regolamento europeo approvato all’interno del pacchetto Fit for 55 richiede agli Stati Membri di dispiegare un livello minimo di punti di ricarica sul proprio territorio per assicurare sufficiente infrastruttura ai cittadini e alle imprese che vogliono passare all’elettrico.
Per garantire che diffusione della mobilità a zero emissioni e disponibilità di ricarica crescano di pari passo, il Regolamento prevede sia un obiettivo fisso di infrastrutturazione lungo le principali dorsali stradali e autostradali, sia un obiettivo parametrato al crescere delle auto elettriche e ibride plug-in immatricolate.
Questo secondo parametro richiede agli Stati Membri di installare 1,3 kW di potenza per ogni veicolo leggero elettrico puro (BEV) immatricolato e 0,8 kW per ogni veicolo ibrido plug-in (PHEV).
Rete di ricarica in Italia
Secondo i ricercatori di T&E, l’Italia dispone oggi di un’infrastruttura che soddisfa largamente quanto richiesto dalla normativa europea: con oltre 42 mila punti di ricarica pubblica e poco più di 1,5 GW di potenza installata, le colonnine presenti lungo lo stivale rappresentano il 261% di quanto previsto dal regolamento.
Tuttavia, la potenza di ricarica attualmente installata sarà sufficiente a rispettare i target solo fino al 2026. Al 2030, quando la quota di ECV sulle strade dovrebbe salire a oltre 5,7 milioni, l’attuale rete di ricarica soddisferà solo il 22% dell’obiettivo. L’Italia, dunque, dovrà far crescere la potenza installata delle colonnine di ricarica sul suo territorio di circa una volta e mezzo entro il 2027 e di circa 4,5 volte entro il 2030.
Il 60% dei punti di ricarica è concentrato in 5 Regioni
In sole 5 regioni – Lombardia, Piemonte, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna – si concentra il 60% dei punti di ricarica, nonostante queste rappresentino il 35% del territorio e poco meno del 50% della popolazione e degli ECV circolanti.
La crescita dell’infrastruttura dovrà avvenire in modo omogeneo, capillare e democratico su tutto il territorio nazionale, per garantire che la rete sia un vero elemento abilitante per la mobilità a zero emissioni.
«La percezione tra molti italiani è che la rete di ricarica attualmente disponibile sia insufficiente a garantire serenamente il passaggio all’elettrico. Ma è una percezione da correggere. L’Italia ha già un buon livello di diffusione delle colonnine, e l’entrata in vigore del regolamento AFIR garantirà ulteriore crescita» commenta Carlo Tritto, policy officer per T&E Italia.
Sarà tuttavia fondamentale assicurare che la rete si sviluppi in modo omogeneo. A oggi è concreto il rischio di un’Italia “a due velocità”, con un Nord dove la ricarica pubblica è già piuttosto capillare e un Centro-Sud, invece, dove la rete è chiaramente insufficiente e la sfida appare più difficile.
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