Ci sono circostanze in cui la solitudine ci aiuta. Anche se ci mette in imbarazzo, anche ci scombussola perchè non siamo abituati.
Ci guida, infatti, nel toglierci addosso tanti, troppi strati di pregiudizi, ansie, attaccamenti a situazioni, a oggetti di cui possiamo fare a meno.
Ci costringe a guardarci dentro, a chiamare le nostre paure con il loro nome.
Ci stritola in una morsa temporale dove tutto ci sembra eterno. I minuti giorni.
Certo, questo sempre se non siamo già abituati alla solitudine.
Ma in montagna è meglio non andarci da soli.
Quattro persone vanno in montagna. Il loro intento è quello di fare un sentiero ben segnalato, per poi lasciarlo e scendere verso un torrente per prendere il sole su una pietra sufficientemente larga da ospitare tutti.
Alcuni le chiamano “lastre”.
La giornata è perfetta. Le gambe, sul sentiero che si inerpica, reggono bene. Si supera una frana, che sembra sedimentata eppure no, non lo è. Pannelli infatti indicano che con il il segnale rosso attivo non si deve proseguire.
I quattro superano gli enormi massi su cui si snoda il sentiero.
Poco dopo, il primo dei quattro si ferma.
«Eccola, è là la lastra. Scendiamo da qui, è il punto più agevole».
Il sentiero per raggiungere il torrente è quasi perpendicolare. Attraversa l’erba che come un tappeto verticale accompagna il declivio verso l’acqua.
C’è da superare ancora dei massi franati.
Non piove da giorni e il terreno è visibilmente instabile.
Tre di loro avanzano e raggiungono con successo la lastra.
L’ultimo osserva il percorso, valuta nella sua testa i rischi. Non se la sente. Tenta altre strade.
La paura lo blocca, e le gambe iniziano a tremare.
«Non me la sento».
Uno dei tre torna indietro per recuperarlo.
Prova a convincerlo con maniere delicate prima, poi tenta con più veemenza.
Scuote la testa e torna dagli altri.
Nulla, il quarto non ce la fa. Non riesce a spiegare la sua paura, non trova le parole giuste. Vorrebbe avere più tempo per fare un piccolissimo passo alla volta, per non rovinare la giornata agli altri.
Ma non ci riesce.

Con la desolazione negli occhi guarda gli altri confidando che si possa trovare un’altra soluzione. Un altro sentiero. Un ulteriore accesso alla lastra.
Un’altra lastra!
Ma i tre lo guardano da lontano.
Allargano le braccia.
E il quarto ritorna indietro, da solo. Nella sua testa delusione, panico, disappunto.
In quelle condizioni, è più vulnerabile a potenziali cadute. Più soggetto a prendere la strada sbagliata, a sbagliarsi a un incrocio con altri sentieri. A farsi male.
Ma è stato lasciato da solo.
In montagna è meglio non andarci da soli.
In montagna non si dovrebbe mai andare da soli. E se ci troviamo da soli, è perchè lo abbiamo deciso noi. O perchè qualcosa di brutto è accaduto.
Qualunque cosa sia accaduta all’interno del nostro gruppo o ad un elemento di esso, abbiamo il dovere di non lasciarlo mai solo.
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