Come spiegare il nostro Pianeta a un ipotetico extraterrestre che incontreremo nello spazio? Se ci pensate non è un’impresa facile. Dovrete inventarvi innanzitutto un modo di comunicazione universale e quindi non basato sul linguaggio umano ma con simboli visivi e su altri suoni, che possano essere notati subito, su un substrato che resista nel tempo.
E poi, soprattutto, dovrete concentrare in poco spazio informazioni che siano significative nel descrivere non solo la specie umana ma anche l’intero Pianeta.
Un’operazione che ha provato a fare la NASA, quando nell’ormai lontano 1977 lanciò nello spazio le due sonde Voyager 1 e 2 destinate, dopo aver attraversato tutto il sistema solare, a perdersi nello spazio profondo.
A bordo di ciascuna sonda vi era un grammofono e uno speciale disco in rame placcato d’oro, che appunto registrava immagini e suoni significativi del nostro Pianeta e pensate proprio per spiegare la Terra a un ipotetico extraterrestre che avesse potuto intercettare le sonde. Una sorta di “messaggio nella bottiglia” al cui interno sono contenuti elementi che rappresentano le diverse forme di vita e di cultura del nostro Pianeta.

Suzanne Dodd, responsabile del progetto Voyager, Jet Propulsion Lab (JPL), della NASA, tiene in mano una replica del disco d’oro trasportato dal Voyager. La sonda, partita 47 anni fa, si trova ora a oltre 19 miliardi di chilometri dal nostro sole. © NASA/Carla Cioffi
Un contenuto accuratamente selezionato
Il contenuto del disco venne selezionato per la NASA da una commissione guidata dall’astrofisico Carl Sagan della Cornell University, che mise insieme una varietà di immagini e suoni appunto rappresentativi del nostro Pianeta.
E qui viene il bello: ovvero capire cosa, per questo gruppo di scienziati, sia stato considerato fondamentale da presentare in una sorta di comunicazione interspecifica con creature appunto extraterrestri.
Tra i suoni registrati, oltre al saluto in 55 lingue umane antiche e moderne, vi sono molti suoni tra quelli più belli della natura, come lo sciabordio delle onde, il fischio del vento, il boato del tuono, ma anche suoni prodotti da animali, come il canto degli uccelli e quello delle balene.
E poi opere musicali come il Concerto brandeburghese di Bach, la Cavatina di Beethoven o la Danza sacrificale di Stravinskij.
Ecco allora che i suoni della natura diventano come la voce del Pianeta, la voce dell’altro. Un modo per dire che qui sulla Terra l’Uomo è importante, ma non è l’unica cosa che “parla” o l’unica cosa che conta.
E dunque, almeno in questo messaggio lanciato nello spazio, una volta tanto la nostra specie si presenta all’Universo in modo umile e senza la presunzione di essere il centro del Creato.
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com






