Il telescopio spaziale Euclid, dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), in un lasso di tempo di circa 26 ore ha catturato una grande e dettagliatissima mappa del centro della nostra galassia. Si tratta di un mosaico di nove “puntamenti” della sua fotocamera a luce visibile, ognuno dei quali copre una porzione di cielo più grande della Luna piena.
Questa immagine del cuore della Via Lattea pullula di oltre 60 milioni di stelle e permetterà agli scienziati di confermare l’esistenza di pianeti extrasolari trovati in questa regione e di misurarne la massa utilizzando le minuscole variazioni della luce stellare nel tempo.
Lo strumento chiamato VIS è stato realizzato con il contributo dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). Alla missione Euclid hanno partecipato anche l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e diverse università italiane.
Il cuore della Via Lattea nel mirino della sonda Euclid
Per un giorno Euclid ha distolto lo sguardo dalle galassie lontane che studia abitualmente, rivolgendolo verso la regione centrale, estremamente brillante, della Via Lattea, nota come bulge (o rigonfiamento) galattico, riuscendo a distinguere le singole stelle senza che i suoi rivelatori venissero saturati.
Gli astronomi desideravano ottenere proprio ciò che Euclid sa fare meglio: catturare enormi porzioni di cielo con dettagli nitidissimi. In questo modo potranno studiare gli esopianeti – pianeti in orbita attorno a stelle diverse dal Sole – utilizzando una tecnica speciale chiamata microlensing.
La nitidezza e la sensibilità di Euclid nella luce visibile sono simili a quelle della fotocamera a campo largo del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA, ma ogni puntamento che Euclid cattura in poche ore copre un’area 270 volte più grande del campo visivo di Hubble.
Euclid è in grado di catturare dettagli di stelle più deboli che altrimenti andrebbero persi osservando dalla Terra.

L’immagine del cuore della Via Lattea che pullula di oltre 60 milioni di stelle realizzata dalla sonda Euclid con la fotocamera VIS. © Euclid Galactic Bulge Survey
Strumento col cuore italiano
Il lavoro svolto ha coinvolto molti ricercatori italiani che hanno con successo contribuito sia alla pianificazione delle misure, dimostrandone la fattibilità, sia alla riduzione dei dati e infine alla loro importante analisi scientifica.
Euclid utilizza la fotocamera VIS (VISible Instrument), uno dei due strumenti scientifici a bordo, progettata per osservare miliardi di galassie lontane e realizzata sotto la guida inglese, ma con un importante contributo dall’Italia. L’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e l’industria nazionale, con il finanziamento e il coordinamento dell’ASI, hanno infatti avuto la responsabilità della progettazione e realizzazione dell’hardware e del software dell’elettronica di controllo di VIS: si tratta del cuore dello strumento che permette l’invio e la ricezione dei comandi e raccoglie i dati preparandoli per l’invio a terra.
«L’osservazione del bulge galattico è stata un’operazione complessa. Euclid ha a bordo due strumenti sensibilissimi realizzati per sondare gli oggetti più deboli dell’universo; per osservare il bulge abbiamo dovuto oscurare la camera infrarossa, poiché i suoi sensori sarebbero stati sovraesposti causando un effetto di persistenza che avrebbe inficiato le osservazioni successive per diversi giorni» riporta Andrea Zacchei, dirigente di ricerca INAF e responsabile del segmento di terra di Euclid.
Più di 60 milioni di stelle
La regione densamente popolata della nostra galassia fotografata da Euclid è il luogo perfetto per gli astronomi per cercare esopianeti con il microlensing, una particolare forma di lente gravitazionale descritta dalla teoria della relatività generale di Einstein
«Il microlensing è uno degli effetti più eleganti della relatività generale di Einstein: la massa curva lo spaziotempo e devia la luce, trasformando stelle e pianeti in lenti cosmiche. Euclid riesce a osservare con una precisione senza precedenti questo fenomeno, facendone uno strumento estremamente potente per studiare anche la nostra galassia» spiega Stefano Dusini, ricercatore dell’INFN.
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