Si può dire che tra i tanti disastri della pandemia da Covid-19, emerge però anche qualche bella notizia per la conservazione dei leoni sudafricani, grazie proprio alle nuove considerazioni in nome della salute e sicurezza pubblica.
Tra queste, negli ultimi mesi, si è messo l’accento sui possibili rischi collegati all’interazione e al consumo di carne di animali appartenenti a specie selvatiche. Questo poiché, come sappiamo, la Covid-19 è una zoonosi (malattie infettive causate da batteri, parassiti o virus che possono trasmettersi tra mammiferi e persone, come la SARS, la MERS, l’Ebola e la Sars-CoV-2) e quindi, nell’ottica di evitare nuovi focolai infettivi, i governi di tutto il mondo stanno mettendo in atto programmi di prevenzione tra cui il divieto del contatto tra l’essere umano e gli animali selvatici. Sicuramente una funzionale forma di prevenzione a livello sanitario ma anche una grande battaglia vinta per il benessere animale e la conservazione.
Negli ultimi mesi, infatti, il Sudafrica, grazie alla ministra dell’ambiente Barbara Creecy, ha vietato ufficialmente l’allevamento dei leoni con finalità venatoria e i falsi santuari in cui era possibile coccolare i leoncini. Nel Paese oltre 350 strutture allevavano grandi felini autoctoni o esotici per scopi turistici o venatori, e molte di queste utilizzavano gli animali come attrazione turistica, spacciandoli per recuperati da situazioni di difficoltà quando in realtà erano allevati (ne abbiamo parlato qui).
In questi falsi centri di recupero, gli animali venivano trattati come mascotte da far coccolare ai turisti. Ma ricordiamoci sempre che se l’animale fosse davvero recuperato l’ultima cosa che si deve fare è portarlo a interagire con l’essere umano come fosse un cagnolino. Le strutture realmente valide dal punto di vista etico e scientifico sono quelle che impediscono ogni forma di interazione (ad esempio toccare o stare a stretto contatto) tra turista e animali ospitati al fine di garantire un eventuale rilascio in Natura.
In Sudafrica tutto questo era legale fino al mese scorso, con un giro d’affari di milioni e milioni di dollari generato da varie attività molto redditizie. Dai volontari che allattavano i leoncini credendo fossero orfani, alle abominevoli walking lions in cui il turista poteva passeggiare al fianco di giovani leoni credendo che tutto questo fosse parte di progetti di conservazione. Fino alla famosa Canned hunting in cui le femmine adulte venivano utilizzate per la riproduzione a ritmi 10 volte superiori naturali mentre i maschi venivano liberati in piccolissime riserve per essere uccisi da turisti di caccia al trofeo. Persone che non avendo competenze di caccia potevano uccidere solo leoni abituati all’Uomo, a brevi distanze.
Il ciclo di vita del leone terminava con la vendita di ossa sul mercato della medicina tradizionale. Ma ora tutto questo è finalmente un triste ricordo grazie alla nuova legge.
La Dott.ssa Audrey Delsink responsabile della fauna selvatica di Humane Society International/Africa ha dichiarato: «Esultiamo per i leoni sudafricani grazie all’adozione da parte del Governo delle raccomandazioni per porre fine all’abominevole industria che li vede allevati e sfruttati in cattività. I leoni non dovranno più soffrire in condizioni orribili per i selfie dei turisti, per la caccia ai trofei o per essere trasformati in vini e polveri derivanti dal commercio delle loro ossa».
La ministra dell’Ambiente Barbara Creecy nel corso di una conferenza stampa in cui si è discusso di conservazione della fauna aveva dichiarato: «Il gruppo di esperti scientifici ha rilevato che l’industria dei leoni in cattività pone rischi per la sostenibilità della conservazione dei leoni selvatici. Il comitato raccomanda che il Sudafrica non riproduca leoni in cattività, non tenga i leoni in cattività, utilizzi leoni in cattività o metta in commercio i loro derivati. Ho chiesto al dipartimento di agire di conseguenza e di garantire che venga condotta la necessaria consultazione nell’implementazione».
Tuttavia, la caccia ai leoni, purtroppo, non sarà vietata in quanto potranno essere cacciati allo stato selvatico in natura. È però già un enorme passo in avanti, evitando la sofferenza e lo sfruttamento di migliaia di leoni ogni anno, allevati e destinati alla morte per turismo e business.
La Humane Society International rimane comunque preoccupata per l’impatto dell’industria della caccia ai trofei sulla fauna selvatica del Sudafrica e per la centralità delle entrate generate attraverso la caccia alle specie simbolo del paese.
«Siamo consapevoli della necessità di ridurre la povertà attraverso lo sviluppo economico nel settore della biodiversità. Tuttavia, nonostante le molte prove scientifiche presentate al comitato da Humane Society International/Africa e da altre organizzazioni riguardo al danno arrecato dalle attività di tipo consumistico alle specie minacciate d’estinzione, siamo preoccupati che le raccomandazioni del comitato in questo ambito prevedano un’espansione della caccia ai trofei. Il nostro sondaggio nazionale indipendente ha rivelato che il 64% dei sudafricani condivide questa preoccupazione e si oppone alla caccia ai trofei, indipendentemente da razza, sesso, età e reddito», ha detto Delsink.
L’analisi dei dati CITES ha dimostrato che, tra il 2014 e il 2018, il Sudafrica ha esportato 574 trofei di leopardo africano. Il 98% di questi animali è stato cacciato in natura, mentre il 2% è stato allevato in cattività. Inoltre, sono stati esportati anche 1.337 trofei di elefante africano e 21 trofei di rinoceronte nero.
Insomma, la strada è ancora lunga per un turismo in cui si utilizzino solo macchine fotografiche e avvistamenti a distanza invece di biberon e fucili, ma questo è sicuramente un grande traguardo per trasformare la gestione della fauna selvatica in Sudafrica e riformulare le norme che la disciplinano.




