Quella dell’Etna è un’area molto attiva dal punto di vista sismico. L’Osservatorio Etneo dell’INGV (OE-INGV) effettua un costante monitoraggio sismico attraverso una rete di sensori che dal 2005 al 2021 ha registrato più di 11.000 terremoti, con magnitudo compresa tra 1.0 e 4.8 e con profondità variabili da qualche centinaia di metri al di sotto dei crateri sommitali fino a circa 30 km di profondità nel versante occidentale del vulcano.
Un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), attraverso l’applicazione di una tecnica sismologica denominata “Tomografia Sismica 4D”, ha definito la struttura dell’Etna, scoprendo che al di sotto della parte centrale del vulcano sono presenti tre zone che “rallentano” le onde sismiche.
Gli scienziati hanno interpretato queste anomalie come zone fratturate ad alta temperatura contenenti una percentuale di magma pari al 4% del volume complessivo, quantità che può alimentare l’attività eruttiva per diverso tempo.
Questi, spiegati in modo semplice, sono i risultati dello studio “Re-pressurized magma at Mt. Etna, Italy, may feed eruptions for years” pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment e condotto con la sismicità dell’Etna verificatasi tra il gennaio 2019 e il febbraio 2021.

(In alto) Mappa del vulcano Etna e delle principali faglie e lineamenti tettonici (linee bianche). La sismicità nel periodo gennaio 2019 – febbraio 2021 è mostrata, con croci codificate a colori per la profondità ipocentrale (rosso = z ≤ 3 km, blu = 3 < z ≤ 12 km, nero = z ≥ 12 km, b.s.l.).
(Sopra) Vista 3D della distribuzione della sismicità, si noti la sismicità centrale poco profonda e quella profonda periferica.
La tecnica della tomografia sismica 4D
«I processi di formazione del magma e quelli che ne inducono la risalita dalle profondità crostali verso la superficie sono da sempre un argomento di grande interesse scientifico, in quanto utili per la comprensione dei meccanismi che determinano le eruzioni e le evoluzioni dei vulcani – spiega Pasquale De Gori, primo autore dello studio –. La tecnica della tomografia sismica 4D è utilizzata molto spesso per studiare sia complessi vulcanici che zone tettonicamente attive. All’accadimento di un terremoto, l’energia sismica – sotto forma di onde elastiche – viaggia all’interno della struttura vulcanica e, attraversando volumi di crosta fratturata contenente magma e fluidi magmatici, subisce rallentamenti che ci permettono di definire dove è probabile che il magma sia contenuto.
[…]
Considerando l’attività dell’Etna degli ultimi due decenni, diversi studi concordano sul fatto che la dinamica del vulcano è stata prevalentemente condizionata da processi intrusivi, cioè di risalita del magma, accompagnati da attivazione delle faglie sul fianco Sud-orientale del vulcano e dalla instabilità del fianco orientale, che si manifesta con dei rapidi fenomeni di scivolamento verso il mar Ionio. Questi due processi sono fortemente connessi in quanto l’intrusione innesca lo scivolamento del fianco orientale che, a sua volta, può favorire le eruzioni stesse depressurizzando i condotti vulcanici centrali».
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