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Repubblica Dominicana – Prima parte

Un’isola, due anime, tante specie rare

Un’isola, due anime, tante specie rare
Un tratto di spiaggia disabitato a sud della Baia das Aguilas, nel Parco Naturale di Jaragua. ©Francesco Tomasinelli

Francesco Tomasinelli Francesco Tomasinelli 9 Mag 2020

Le onde si frangono senza sosta sulla spiaggia bianca, formata da secoli di deposito di frammenti di corallo. Sulla sabbia, microscopiche tracce spariscono in piccoli buchi tra i granelli: i rifugi dei granchi fantasma.

Pochi metri all’interno, dove la vegetazione comincia a prendere il sopravvento, una grande iguana di colore grigio bruno, lunga più di un metro e con grandi creste ossee sul capo sembra darci il benvenuto. Animali come questi si trovano in un solo posto al mondo: l’isola di Hispaniola, nel cuore dei Caraibi.

Montagne di 3.000 metri

Prima colonia europea nel Nuovo Mondo, fondata da Cristoforo Colombo nel 1492, è oggi divisa tra gli stati di Haiti e la più estesa e meglio conservata Repubblica Dominicana.

L’isola è grande circa il doppio della Sardegna, con una catena montuosa, la Cordillera Central, che supera i tremila metri di altitudine. Isolamento e diversità di ambienti sono la combinazione ideale per avere un numero elevato di specie endemiche che, infatti, a Hispaniola sono molto numerose.

Una delle specie più iconiche dell’isola sono proprio le iguane rinoceronte (Cyclura cornuta) incontrate poco oltre la spiaggia. Il loro aspetto severo è quanto di più primordiale si possa immaginare, ma non sono per niente pericolose: mangiano solo vegetali e vanno matte per i fichi d’India.

Sono, a tutti gli effetti, i grandi erbivori di questo ecosistema, e ricoprono il ruolo che da noi è svolto, per esempio, da cervi e antilopi.

Dal mare turchese alle foreste nebulari

Hispaniola è, come tutte le grandi isole, un luogo speciale e potrebbe essere definito le Galapagos del Golfo del Messico: il 60% dei rettili conosciuti, per esempio, vive solo quest’isola e lo stesso si può dire per il 10% degli uccelli.

La parte meridionale della Repubblica Dominicana esplorata in questo articolo che dividiamo in 2 parti – in particolare il tratto compreso tra Barahona e Pedernales, quasi al confine con Haiti – è straordinaria per varietà di ambienti.

In nessun altro posto nei Caraibi si può passare, nel giro di una sola giornata, dalle spiagge bagnate da un mare turchese alle foreste nebulari delle montagne, attraversando paesaggi aridi, laghi salati, foreste tropicali e pinete.

I venti da nord, carichi di umidità, ammassano grandi nubi sui rilievi dell’isola che scaricano forti piogge sulle montagne, per poi proseguire verso sud, liberando un’aria più secca, che favorisce, sulle coste, la crescita di una vegetazione unica. Il Parco Nazionale di Jaragua, grande area protetta che tutela il tratto di costa appena citato, è un esempio perfetto di questa dualità.

Le scogliere del Parco di Jaragua. ©Francesco Tomasinelli

Il Parco Nazionale di Jaragua

Rispetto a una tipica isola tropicale, qui le palme sono in minoranza e dominano, invece, grandi fichi d’india e cactus, come Melocactus padernalensis, endemico del parco. Imponenti formazioni rocciose si sollevano per decine di metri dal mare azzurro, sul quale volteggiano fregate, pellicani, sterne reali e sterne brune.

La macchia arida si addentra per chilometri nell’interno, bordando la Laguna di Oviedo, una grande distesa di acqua salmastra. Tra le mangrovie, che crescono inaspettatamente sulle sponde, cacciano diverse specie di aironi: garzette, aironi verdi, aironi azzurri minori, aironi bianchi e aironi tricolore.

I martin pescatori americani stanno in attesa sui rami, pronti a catturare incauti pesci troppo vicini alla superficie, mentre le spatole e i fenicotteri rosa si muovono in piccoli gruppi, filtrando le alghe nelle acque basse.

Sulle sponde si intravede di tanto in tanto una grande iguana rinoceronte, alla ricerca di piante succulente. Con una piccola barca (che si affitta sulle sponde della laguna) e un binocolo questo luogo diventa il parco giochi di qualunque naturalista.

Un pellicano bruno si asciuga al primo sole del mattino. Con le fregate, sono i più grandi uccelli marini presenti sulle coste dell’isola. ©Francesco Tomasinelli

Uccelli grandi protagonisti

Basta muoversi di qualche chilometro in direzione di Barahona che il paesaggio arido si trasforma in foresta tropicale. La “selva” attorno al lodge del Rancho Platon, nei pressi di Paraiso, è un buon esempio, anche se molto più “amichevole” di quelle equatoriali del Sud America.

È verdissima e intricata, ma le temperature sono abbastanza miti, non ci sono serpenti velenosi e gli insetti fastidiosi, come zanzare e formiche, sono molto meno numerosi che in Sud America. Mancano i grandi mammiferi e le scimmie, così i grandi protagonisti sono gli uccelli, tra cui gli splendidi colibrì che sfrecciano tra i rami alla ricerca di fiori.

La Repubblica Dominicana ha le sue specie endemiche, Chlorostilbon swainsonii e lo straordinario colibrì Millisuga minima, uno dei più piccoli uccelli al mondo, lungo quanto un dito mignolo; entrambi sono caratteristici di queste foreste umide ma incontrarli non è un’impresa semplice. Più facile avvistare i rettili, come le lucertole del genere Anolis, che in questa isola hanno la loro roccaforte.

Nella sola Repubblica Dominicana se ne contano ben quaranta specie, con maschi spesso più colorati e brillanti delle femmine. Diurne e curiose, si possono avvicinare facilmente. In pochi metri quadrati se ne vedono diverse specie: ognuna occupa il suo microscopico ambiente nella foresta, pronta a balzare su un insetto di passaggio.

Nelle altre isole dei Caraibi ve ne sono altrettante, con il risultato che in tutta l’area si contano più di duecento specie di queste lucertole: un vero incubo per gli specialisti.

Verso la Sierra di Bahoruco

Basta spostarsi di poco e lo scenario cambia nuovamente. Inerpicandosi lungo la strada che da Pedernales va verso le montagne dell’interno la macchia arida con i cactus lascia spazio a grandi pinete, punteggiate da rocce affioranti, che ricordano una foresta mediterranea di pini marittimi.

Solo che l’infinita successione di tronchi qui è intervallata dalle grandi forme spinose delle agavi.  Siamo a quasi duemila metri di altezza sul margine dell’Hoyo del Pelempito, una spettacolare voragine nata da un cratere spento secoli fa, ricoperta di vegetazione.

Le sagome brune dei falchi codarossa (Buteo jamaicensis) sorvolano le chiome compatte degli alberi che verso nord-ovest spariscono tra le nuvole.

È la foresta nebulare della Sierra di Bahoruco, luogo magico abitato da alcune delle specie più affascinanti ed elusive dell’isola come l’uccello trogon di Hispaniola (Priotelus roseigaster), e il solenodonte di Hispaniola (Solenodon paradoxus), una sorta di grande toporagno, di circa un chilo di peso, in passato ritenuto estinto.

La foresta di montagna della Sierra di Bahoruco, che si trova a soli 30 chilometri dal mare. ©Francesco Tomasinelli

Un flauto malinconico nella nebbia

Qui le condizioni metereologiche cambiano continuamente: il sole può inondare la foresta e poi scomparire in un minuto, soffocato dalle nubi. L’umidità e la nebbia allora avvolgono ogni cosa, e caricano di acqua i muschi e le bromelie aggrappate ai rami, così come le immense foglie delle felci.

I suoni, soprattutto i richiami degli uccelli, arrivano ovattati, trasportati per pochi metri nell’aria umida e fresca. Uno, in particolare, non può lasciare indifferenti: è il canto del solitario golarossa (Myadestes genibarbis), evocativa e indimenticabile colonna sonora di queste foreste.

A vedersi il suo autore non ha niente di spettacolare: un uccello grigio grande quanto un merlo con la gola e il sottocoda rossi; ma la sua melodia, che si ascolta soprattutto al mattino presto e alla sera, ha qualcosa di fiabesco, al quale noi europei non siamo abituati.

È un malinconico fischio, flautato e prolungato, che si diffonde, sempre diverso, tra i tronchi avvolti dalla nebbia. La gente del posto lo chiama lo “spirito della selva”.

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