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Il valore del cibo e il disvalore del food

Il valore del cibo e il disvalore del food
Foto: S_Photo / shutterstock.com

Michele Mauri Michele Mauri 22 Ago 2014

Quand’è che siamo diventati così? Quand’è che il cibo ha smesso di essere, non dico semplice nutrimento, ma genuina tradizione, occasione di festa e convivialità? Va bene che siamo il Paese della buona tavola e la nostra cucina è apprezzata un po’ in tutto il mondo, ma questa mania del cibo (scriverei food, se solo fossi alla moda) ha qualcosa di patologico ormai.

Il cibo non è più un’occasione per fare conversazione, è diventato esso stesso la conversazione. Se volete pavoneggiarvi in società, oggi mica dovete dire di essere provetti velisti o artisti visionari. No, ciò che conta davvero è friggere, spadellare e impiattare. E i guru di questi anni non si chiamano più Andy Warhol o Allen Ginsberg, ma Oscar Farinetti e Carlo Petrini. Il primo, dopo avere fondato Unieuro, la catena di centri commerciali che forse più di ogni altra ha spinto l’acceleratore sui consumi illimitati e superflui e sulla fabbrica dell’uomo perennemente indebitato, ha poi inventato quella straordinaria macchina per far soldi che si chiama Eataly. I suoi negozi, nati a Torino e ora presenti a Roma, Firenze, Genova, Milano, New York, Chicago, Tokio, sono assurti a simbolo dell’Italia che piace. Sono considerati luoghi di culto, dove non ci si limita a comprare acciughe e caciotta, ma si vive un’esperienza, ci si istruisce, si studiano le nostre radici.

Carlo Petrini, invece, nel 1986 ha creato Slow Food, il cui nome è in evidente opposizione alla filosofia del fast food. Sorto in Piemonte, fra Bra, Alba e Barolo, in una zona celebre per i vini di altissima qualità e per un tartufo bianco che, giustamente, tutti ci invidiano, questo movimento si è affermato non solo in Italia, ma anche in Paesi stranieri che non hanno la nostra cultura culinaria. Slow Food ha intercettato esigenze profonde che attraversano l’intero mondo globalizzato: contrastare la frenesia contemporanea, riappropriarsi di ritmi che ci consentono di godere dei piaceri semplici, riscoprire il gusto della socialità intorno alla tavola, provare odori e sapori che avevamo dimenticato. Sono esigenze totalmente condivisibili, da qui il successo. Il problema è che dal momento in cui Slow Food ha smesso di essere solo una corrente di pensiero ed è diventato un marchio, tutto è cambiato ed ha cominciato a seguire le stesse dinamiche che Petrini biasima.

È anche grazie a questo movimento se oggi il cibo, pardon, il food, è diventato il motore di un gigantesco indotto che mette insieme produttori, ristoratori, rivenditori, ma anche critici gastronomici, televisione, pubblicitari, organizzatori di eventi e compagnia cantante. E come un gregge di pecore, noi tutti ci sentiamo cuochi, anzi, chef. Bravi o meno poco importa, quel che conta è mettersi ai fornelli e mischiare ingredienti, naturalmente di qualità; qualcosa verrà fuori.
Un grande, immenso carrozzone, che va da Slow Food a Gamberorosso, passando per Eataly, i cuochi mediatici e arriva fino a zia Adelina, che ora vuole mettere in tavola solo lardo di Colonnata, pistacchio di Bronte e melanzana rossa di Rotonda.

Quand’è che siamo diventati così? Quand’è che tutti abbiamo cominciato a impiattare, fotografare pietanze, parlare di ristoranti stellati e ossequiare la boria degli chef?
Ho un sogno. Sedermi a tavola con amici e discutere di un mondo dove tutti hanno da mangiare, non ci sono obesi né anoressici, i contadini ricevono il giusto prezzo per ciò che producono.
E nessuno parla di food.

 

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA La riproduzione è consentita esclusivamente con la seguente citazione: rivistanatura.com

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