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La pandemia di Covid non ci ha costretto solo a riorganizzare la quotidianità, ma ci fa anche temere il peggio a livello individuale e, più in generale, come società umana.
Quali armi dovremo adoperare per vincere il Covid-19? Per molti la risposta è scontata: il vaccino. Almeno finché un altro misterioso microorganismo tornerà a minacciare l’esistenza di noi tutti. Da mesi, però, qualcuno sta cercando di spiegare che qualsiasi strumento sarà efficace solo se affiancato dalla cooperazione, che è uno dei risultati più sorprendenti dell’evoluzione.
L’eredità di Darwin ha dato origine a più famiglie interpretative.
Una – forte delle scoperte successive, in particolare del Dna, e della nascita della biologia molecolare – ha teorizzato un sistema perfetto basato sulla riproduzione con variazione genetica e su una feroce competizione da cui emerge sempre, tra tutte le alternative possibili, quella più idonea a risolvere i problemi imposti dall’ambiente. In poche parole, ciò che prevale non può che prevalere.
Questa immagine dell’evoluzione è messa radicalmente in discussione da un drappello di studiosi meno compatti, ma accomunati da un pensiero pluralista che assomma vari campi d’indagine.
Come ci ricordano Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti in “Origine di storie”, l’evoluzione non è il regno della necessità. Al riguardo Stephen J. Gould nel suo celebre libro “Il pollice del panda” scrive: «Gli organismi non sono palle da biliardo messe in movimento da forze esterne semplici e misurabili, e che si dirigono sul tappeto verde della vita verso nuove posizioni prevedibili».
La biologia evolutiva ha chiarito che competizione e adattamento non sono necessariamente caratteri contrapposti. Anzi l’assenza di competizione, a volte, porta al successo.
Edward O. Wilson, professore emerito di Biologia all’Università di Harvard e vincitore di due premi Pulitzer per i suoi saggi, ama portare l’esempio delle formiche, capaci di sviluppare uno dei più alti livelli di cooperazione e di altruismo fra gli animali. Con oltre diecimila specie rappresentano un fenomeno sensazionale quanto a capacità di sopravvivenza. La loro organizzazione sociale, feroce e inflessibile, impone al singolo individuo comportamenti i cui esiti possono essere anche mortali. Al contempo, proprio la struttura gerarchica improntata al sostegno reciproco garantisce benessere all’intera comunità.

La scala del tempo geologico. La storia della vita sulla Terra è stata
un ripetersi continuo di eventi distruttori e creatori.
Il paradigma della solidarietà
Wilson è uno studioso baciato dal talento dell’affabulazione e i suoi libri si divorano come un avvincente romanzo. Inoltre, sono ricchi di implicazioni sociologiche e antropologiche. Nel recente lavoro intitolato “Le origini profonde delle società umane” spiega che su un milione di specie di insetti poche migliaia presentano tratti eusociali (composto di “eu”, buono dal greco, e sociale). Tra queste solo tre – api, formiche, termiti – hanno saputo conquistare la Terra. Come? Proprio grazie all’altruismo e all’altissimo livello organizzativo, che va dalla cura cooperativa della prole alla suddivisione del lavoro tra gruppi.
In un mondo in cui tanti ci fanno credere che esista un’unica strada – quella secondo cui è necessario corazzarsi, affilare le armi e gettarsi nella mischia – le intuizioni del biologo statunitense accendono un’intuizione liberatrice: esiste un’efficace alternativa al modello tutti contro tutti.
È l’altra legge della giungla, che alla spietata competizione per la sopravvivenza contrappone il valore della mutualità. A qualcuno potrebbe suonare ovvio, ma l’importanza di collaborare e sostenerci vicendevolmente è spesso dimenticata.
Fare un passo indietro pur di assicurare l’interesse collettivo.
Per dare credito alla sua teoria, Wilson ricorre appunto al successo delle specie ad alto tasso di socialità. Tutte sono accomunate dal fatto che il singolo è capace di subordinare ogni cosa al bene della colonia. Ogni individuo agisce come un superorganismo.
Pensiamo alle api. La loro società ci viene spiegata fin da quando siamo piccini: da un lato c’è la regina madre, circondata dai fuchi, i maschi che provvedono all’inseminazione, e dall’altro ci sono le operaie sterili, dedite alla cura della prole o destinate a missioni ad alto rischio. Le api comparvero nel Tardo Cretaceo, 70-80 milioni di anni fa. Le formiche circa 150 milioni di anni fa e le termiti prima ancora. Wilson spiega, però, che solo dopo l’apparizione delle piante con i fiori, 65-50 milioni di anni fa, questi tre gruppi di insetti eusociali raggiunsero l’attuale livello organizzativo. Perfezionarono col tempo il loro sistema, imparando a svolgere attività fondamentali per mantenere in buona salute la Terra. Divennero spazzini, impollinatori, rigeneratori del terriccio. Così facendo concorrono da allora all’equilibrio del Pianeta.
Le recenti preoccupazioni per la riduzione delle api hanno acceso i riflettori sulla loro importanza, senza di esse è a rischio anche la nostra vita.
Nessuno si salva da solo
Già, e l’Homo sapiens? Ancora Wilson ricorda che siamo una delle venticinque forme di ominidi comparse sulla Terra. Siamo prevalsi perché “social” fin dagli albori. Un altro docente di Harvard, Richard Wrangham, spiega nel suo libro intitolato “L’intelligenza del fuoco” che è la cottura dei cibi ad averci resi uomini: «Noi esseri umani siamo le scimmie che sanno cucinare». Le fiamme che ardono hanno forgiato la nostra storia: la possibilità di cuocere il cibo e le adunate serali attorno al fuoco nei primitivi accampamenti hanno favorito le relazioni e sviluppato le capacità narrative.
L’intelligenza sociale è il dono che abbiamo ricevuto da queste pratiche e che ancora una volta dovremo mettere in campo per affrontare le sfide che ci attendono: quella innescata dalla pandemia e quella ambientale.
Lo slogan più diffuso in questi ultimi mesi è stato “nessuno si salva da solo”. La lotta per la vita implica l’aiuto reciproco non solo all’interno della propria specie, ma anche tra specie differenti. Noi esistiamo da alcune centinaia di migliaia di anni e ci siamo diffusi sulla superficie terrestre solo negli ultimi sessantamila. Un tempo brevissimo confrontato con quello degli insetti. Abbiamo corso tanto, senza lasciare agli altri il tempo necessario per prepararsi al nostro assalto. È giunto il momento di cooperare, se non per ragioni etiche o morali – che restano sconosciute alla natura – almeno per opportunità.
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