Direttamente dalle antiche tradizioni, ma anche dalle esperienze erboristiche verificate sul campo, eccovi un altro piccolo segno di come tutti gli esseri viventi sono bene o male connessi tra loro, la teoria delle segnature.
La cosiddetta “teoria delle segnature delle piante” è l’ipotesi secondo la quale vi sia un legame funzionale tra la forma, il colore e i profumi delle piante ed il loro utilizzo a fini benefici e terapeutici per uomini e animali.
Tutti, infatti, sappiamo non solo che una parte importante della medicina nasce dall’erboristeria e dall’alchimia, ma che anche gli animali si curano in maniera istintiva usando le erbe.
Come hanno fatto dunque gli uomini delle antiche civiltà a riconoscere l’uso delle piante a fini medicamentosi?
Un’antica credenza, diffusa un po’ in tutte le culture del mondo, ci racconta che Dio ha posto una firma in ogni pianta, un segno che se bene interpretato ci fa capire quali malattie questa pianta può curare o che parti del corpo può alimentare e sostenere.
Una credenza che si basa dunque sull’osservazione attenta dei vegetali e sulla scoperta delle loro assonanze con il corpo umano, seguendo il filo della similitudine e delle analogie. Ricordandoci che “vedere” è assai diverso (e molto di più) del semplice “guardare”.
I segni più evidenti di queste connessioni sono le cosiddette analogie morfologiche, ovvero notare una parte della pianta che ricorda per forma un organo del corpo.
Ecco allora che osservando il gheriglio di una noce, ci viene subito in mente il cervello umano. E scopriamo così che non solo le noci sono ricche di olii e proteine ad elevato potere calorico, ma anche di antiossidanti, di Omega-3 e di microminerali come lo Zinco e il Rame. Tutti elementi importanti ideali da consumare quando si è stanchi, stressati e con il cervello un po’ in affanno.
Inoltre, la noce è ricca di acidi grassi polinsaturi, molto utili per sostenere il sistema nervoso (oltre che per la vista e per prevenire le malattie vascolari).
Osserviamo poi l’Equiseto (Equisetum vulgare), una pianta erbacea antichissima che ricorda come aspetto la coda di una animale e non a caso volgarmente chiamata “Coda di cavallo”. Oltre a indicarci la presenza di terreni sciolti e ricchi di umidità sui quali cresce (ovvero indicandoci il potenziale pericolo di frane) essa veniva appunto utilizzata per rinforzare i capelli (la nostra “coda”) e le ossa, oltre che per lucidare come una sorta di fine carta-vetrata i finimenti dei cavalli. Il suo stelo e le sue foglie archetipiche sono infatti ricche di microcristalli di silicio, ed hanno proprietà remineralizzanti, donano elasticità ai tessuti e favoriscono la ricostruzione delle ossa.
Un altro caso di analogia morfologica è rappresentato dalle foglie della Salvia (Salvia officinalis) che, per forma e ruvidezza, ricordano molto la lingua umana, E infatti la tradizione consiglia i decotti di questa preziosa pianta polivalente per i problemi del cavo orale. Uso confermato dalle qualità antisettiche e antibatteriche che le moderne ricerche hanno evidenziato per questa specie, che è in grado di lenire le gengive infiammate e le lesioni delle mucose, oltre che migliorare l’alito e sbiancare i denti.
Anche dai colori possiamo scoprire interessanti analogie. Ecco allora che da sempre, nelle tradizione popolare il giallo del fiore del Tarassaco (Taraxacum officinale) rende la pianta idonea alla cura dell’ittero, mentre Il rosso rilasciato dai fiori di Iperico o “erba di S.Giovanni” (Hypericum perforatum) indica la capacità di curare le ustioni e le ferite.
E infatti anche le scienze moderne confermano ciò: il Tarassaco ha capacità depurative, è un ottimo rimedio per curare le malattie di reni, fegato e cistifellea. L’Iperico è invece un toccasana per le affezioni della pelle grazie alle sue proprietà cicatrizzanti e antinfiammatorie, oltre ad essere un valido antidepressivo naturale.
Insomma magari saranno tutte coincidenze, tuttavia se, come si dice nell’ambiente poliziesco, tre indizi fanno una prova, qui ne abbiamo molti di più.
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