L’Italia ha un apparato legislativo così tanto condizionato dalla politica da essere un burosauro lento, che impiega anni per partorire provvedimenti che dovrebbero avere canali di attuazione privilegiata, nell’interesse dei cittadini. Invece da noi il processo legislativo che porta al recepimento delle normative, anche derivanti da atti legislativi comunitari, subisce continui stop go, in particolar modo quando si parla di animali e di contrasto a interessi economici di alcune categorie.
Nel lontano marzo del 2016 il Parlamento Europeo approva il Regolamento 2016/429 relativo alla prevenzione delle zoonosi, le malattie che gli animali possono trasmettere all’uomo: un provvedimento che oggi potremmo definire profetico.
Il Regolamento vede l’approvazione da parte del parlamento italiano solo il 22 aprile dello scorso anno, con l’indicazione di una delega al Ministero della Salute per l’emanazione dei decreti attuativi, fissando per l’emanazione di questi atti il termine di un anno dall’entrata in vigore della norma. Il ministero decide che sia buona cosa usare tutto il tempo a disposizione prima di mettere le carte sul tavolo: un atto che dovrebbe concretizzarsi entro l’8 di maggio di quest’anno. Sperando che non ci siano altri intoppi, imprevisti e ripensamenti sui provvedimenti perché non è solo in gioco solo la salute umana ma anche un giro d’affari milionario.
Naturalmente lo zoccolo duro del mercato è rappresentato in buona parte da alimenti e accessori per cani e gatti, ma l’indotto che riguarda i cosiddetti animali non convenzionali muove comunque fatturati importanti, stimati intorno ai 12 milioni di euro solo per cibo e accessori, senza considerare quindi il commercio di animali.
La portata delle misure attuative della legge di legazione europea è eminentemente sanitaria e solo in una piccola parte, residuale, considera il benessere animale: non visto sotto il profilo etologico ma più sulla possibilità di un minimo assolvimento delle funzioni vitali che è normalmente concessa agli animali, diversi da cani e gatti, che sono presenti nelle case degli europei.
Secondo il rapporto Assalco – Zoomark per il 2021, un punto di riferimento per chi si occupa di questo settore, nelle case degli italiani vivono circa 62 milioni di animali da compagnia, la cui fetta maggioritaria è rappresentata da quasi 30 milioni di pesci, poco più di 16 milioni di cani e gatti, mentre i restanti 16 milioni sono suddivisi fra uccelli, piccoli e mammiferi e rettili. Proprio su questi ultimi potrebbe calare la scure dei divieti di detenzione e commercializzazione.
Secondo l’associazione olandese AAP Animal Advocacy and Protection nelle case degli europei vivrebbero oltre 500 milioni di animali esotici di 200 specie differenti, provenienti da riproduzione o cattura. Animali non domestici, selvatici, che dovrebbero stare liberi in altre parti del mondo e non nelle case degli europei. Per ragioni di prudenza sanitaria, ma anche per le questioni legate al benessere che questi animali possono avere in cattività, dove nella stragrande maggioranza dei casi conducono una vita miseranda, sicuramente meno rischiosa della libertà ma densa di noia e di alterazioni comportamentali. Logica e attenzione verso i diritti degli animali vorrebbero che anche in questo settore si chiuda l’era delle gabbie, perché non ci sono specie che si meritano la negazione del diritto di poter esercitare le loro necessità etologiche, a causa del nostro piacere.
Ovviamente su questo tema esistono schieramenti contrapposti, rappresentati da chi tutela i diritti degli animali e di quanti con gli animali hanno un rapporto diverso, utilitaristico o economico, che non vogliono sentir parlare di limitazioni e divieti, almeno per tutte le specie animali che vengono oramai riprodotte in cattività e in ambiente controllato, un fattore che comunque non evita del tutto i rischi sanitari ma, almeno, contribuisce a limitarli.
Per questo alcune associazioni, come LAV, potrebbero accettare che il Ministero della Salute possa autorizzare allevamento e commercializzazione di una trentina di specie fra quelle riprodotte in cattività e da più lungo tempo.
I decreti dovrebbero comunque mettere la parola fine alla detenzione in cattività di animali come i grandi pappagalli, iguane e pitoni, ricci africani, petauri dello zucchero, rapaci per arrivare sino a falsi bradipi e i piccoli formichieri arboricoli, solo per citare alcune specie di quell’immenso zoo presente nelle abitazioni. Ora non resta che stare a vedere ed attendere se si cercherà di alzare con questi decreti l’asticella del benessere animale o prevarrà come spesso accade l’interesse economico. Che spesso contrasta anche con il diritto alla salute dei cittadini.
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.





