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Ambiente
CAMBIAMENTI CLIMATICI

Hanno ancora senso le COP sul clima?

Ormai questi eventi internazionali sono diventati come dei grandi festival, enormi e luccicanti kermesse piene di eventi collaterali

Hanno ancora senso le COP sul clima?

Armando Gariboldi Armando Gariboldi 22 Nov 2022

Si è appena conclusa la COP 27, ovvero la grande conferenza mondiale sul clima promossa dalle Nazioni Unite, che si è tenuta nella rinomata località turistica di Sharm-el-Sheik, in Egitto e di cui avevamo già parlato a lavori ancora in corso.

E come ormai sempre più spesso capita essa è terminata pressoché con un nulla di fatto. Anzi, per certi aspetti quest’ultima conferenza rischia di essere la più deludente tra tutte quelle sin qui organizzate, ancora di più delle pur scarse edizioni di Copenaghen 2009 o di Madrid 2019.

La sola buona notizia, come scrivevamo, è l’istituzione del Fondo per i danni dei cambiamenti climatici (Loss and Damage) che i Paesi più ricchi dovrebbero erogare a quelli più poveri per mitigare/rimborsare i danni non provocati da chi li subisce. In realtà anche quest’ultima misura, approvata nelle ultime ore della Conferenza dopo accese discussioni, è ancora virtuale e sembra un’azione fatta giusto per salvare la faccia, dal momento che i contenuti in dettaglio non sono stati ben definiti e decisi e non si sa ancora se, quando e come verranno applicati.

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Per il resto, dalla COP 27 non arriva nulla sulle mitigazioni da attuare in modo convinto nella lotta ai cambiamenti climatici e neppure niente sulle soluzioni “a base” di natura. Anzi quest’ultimo rimane un tema che, nonostante gli sforzi del mondo associativo e scientifico, è lontanissimo dall’essere compreso. Ovvero la conservazione della biodiversità e della natura in genere continua a essere percepita, dai grandi decisori politici ed economici che più contano, come una sorta di gadget, un di più.

È come se dicessero: «Già ci chiedete di ridurre le emissioni, non chiedeteci anche di smettere con la natura, cioè con il farla a pezzi». Ragionamento assurdo, perverso, contraddittorio, logicamente primitivo e masochista, perché davvero la natura è invece una delle grandi soluzioni. Proteggere la biodiversità non solo è doveroso dal punto di vista etico ma, come ben sanno i nostri lettori, è anche molto utile per la conservazione dei cosiddetti “servizi ecosistemici”, che sono alla base non solo di tutte le economie che producono materie prime (a cominciare dall’agricoltura), ma anche dei vari complessi meccanismi che regolano proprio il clima terrestre.

servizi ecosistemici

La natura offre servizi ecosistemici che possono mitigare i cambiamenti climatici.

In questa storia ci sono poi almeno tre questioni generali, oggettive, che ostacolano il cammino, come ci fa notare con la consueta lucidità Danilo Selvaggi, direttore generale della LIPU:

UNA QUESTIONE DI INGIUSTIZIA nessuno, o quasi, intende (o può permettersi di) rinunciare ai privilegi acquisiti

UNA QUESTIONE SOCIO-ECONOMICA-CULTURALE l’intera infrastruttura mondiale è stata costruita nel tempo sulla convinzione che mai sarebbe esistita qualcosa come una vera crisi ecologica e che comunque il Pianeta possa sopportare di tutto. Rivedere e cambiare questo tipo di approccio oggettivamente è molto difficile e richiede molto tempo

UNA QUESTIONE DI GOVERNANCE c’è un ampio divario di management politico tra la dimensione globale delle crisi ecologiche e la dimensione tutt’ora (e per molto tempo ancora) nazionale delle nostre politiche.

Infine, aggiungo io, vi è una QUESTIONE DI REALE CONSAPEVOLEZZA di quanto il problema sia urgente. Si continua a pensare che in realtà vi siano ancora ampi margini di recupero e che comunque la tecnologia umana possa prima o poi trovare soluzioni economiche, che ci permettano di risolvere la questione senza troppi sacrifici.

Sono tutte questioni molto grosse e molto serie, che non vanno sottovalutate e che comunque non si riesce ancora ad aggredire in modo concreto.

 

A questi fattori del fallimento va anche aggiunta la (non casuale) fisionomia che le COP hanno via via assunto e che trovo davvero fastidiosa. Ormai questi eventi internazionali sono diventati come dei grandi festival, enormi e luccicanti kermesse piene di eventi collaterali, feste, lustrini, giochi di ruolo, red carpet, in cui la partecipazione e i contenuti sono ormai passati in secondo piano, assieme a un peso politico sempre più scarso di tali contesti. Non a caso questa volta molti Paesi importanti, come per esempio Cina e Russia, non erano rappresentati ai massimi livelli, mentre come nota positiva si può riscontrare un maggior coinvolgimento dei Paesi africani, che sino ad ora in queste conferenze avevano sempre rivestito ruoli molto marginali.

Insomma, ci si chiede davvero se abbia senso continuare ancora con queste Conferenze sul clima. La prossima COP 28 si terrà negli Emirati Arabi Uniti nel 2023 e viene già promossa come “la COP delle soluzioni”; come se quelle di prima non lo avessero dovuto essere.

 

Eppure, nonostante tutto, a questa sensazione negativa di scetticismo e di sconfitta, bisogna resistere. Bisogna respingerla, scacciarla. Bisogna preferire la consapevolezza che in un modo o nell’altro la partita è ancora aperta e che è nostro dovere, diritto, privilegio, continuare a impegnarci, ciascuno come può e deve, perché non c’è sfida che lo merita di più. Uno di quei privilegi da proteggere e alimentare.

Anche perché non vi sono altre strade e, come conclude sempre Danilo Selvaggi (che non a caso è laureato in filosofia) «Dolore e delusione fanno parte della vita, la segnano ma non la esauriscono. La fanno ricominciare».

 

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