Il primo agosto è stato l’overshooting day, ovvero è iniziato per quest’anno il debito dell’Umanità nei confronti del Pianeta, avendo già consumato tutte le risorse rinnovabili (altre non lo sono e ce le stiamo giocando definitivamente) e i servizi ecosistemici che la Terra è in grado di rigenerare nei 365 giorni.
Una data che da qualche anno è abbastanza stabile, ma che cinquant’anni fa, quando iniziarono queste valutazioni, era il 30 novembre!
La data cambia a livello di singola nazione, a secondo delle risorse naturali di cui dispone e delle politiche ambientali più o meno virtuose che riesce a metter in atto. Per esempio per l’Italia questa data è ancora prima, il 19 maggio (ma il peggiore a livello mondiale è il Qatar, che si brucia tutte le risorse già l’11 febbraio).
In pratica per mantenere l’attuale tenore di vita complessivo, l’umanità dovrebbe disporre di 1,7 pianeti Terra.
Nuove forme di sfruttamento delle risorse naturali
La cosa assurda che tutte queste informazioni e le grida di allarme che ogni anno vengono lanciate in occasione di questo angosciante momento, sembra non scalfiscano minimamente la coscienza di gran parte degli umani, a cominciare da chi amministra la politica mondiale.
Non solo, assistiamo allibiti a nuove forme sempre più invasive di sfruttamento delle risorse naturali, alla faccia di tutto e di tutti ed in nome del dio-denaro.
L’ultima frontiera di questo approccio autodistruttivo è il cosiddetto Deep Sea Mining, ovvero una attività estrattiva intensiva alla ricerca di metalli rari come cobalto manganese e nichel che si effettua sul fondo degli oceani, oltre i 200 m. di profondità. Aziende senza scrupoli vogliono impadronirsene per fabbricare batterie per automobili, computer, smartphone e armi e per fare ciò non esiteranno a calare in profondità giganteschi bulldozer radiocomandati in grado di scavare ed estrarre migliaia di tonnellate di minerale, con un impatto sugli ecosistemi dei fondali che preoccupa moltissimo ambientalisti e scienziati.
Estrarre minerali dai fondali oceanici è, infatti, estremamente rischioso, perché gli impatti sono molto difficili da prevedere.
Gli scenari però sembrano tutt’altro che rassicuranti. Secondo i ricercatori, mentre i minerali vengono pompati sulle navi attraverso centinaia di metri di tubi, le acque reflue e i detriti finirebbero scaricati nell’oceano formando grandi nubi di sedimenti sott’acqua che potrebbero sconvolgere la vita sottomarina. Specie come balene, tonni e squali potrebbero essere disorientate dai rumori, dalle vibrazioni e dall’inquinamento luminoso causato dalle attrezzature e dalle navi.
Infine, si ipotizzano effetti negativi anche sui processi naturali con i quali gli oceani sequestrano e immagazzinano il carbonio.
La nuova corsa all’oro che minaccia gli oceani
È la nuova corsa all’oro che minaccia mari e oceani, che richiama davvero “il raschiare il fondo del barile” del nostro Pianeta!
Il Deep Sea Mining oggi non è ancora consentito dal diritto internazionale, ma appunto diverse potenti imprese stanno già preparando il terreno per ottenere le concessioni.
Per esempio la statunitense The Metals Company sta facendo pressione su vari governi per ottenere il permesso di iniziare le estrazioni negli abissi, ed anche aziende italiane come Saipem e Fincantieri sono già interessate ad avviare attività estrattive simili nel Mediterraneo. Se l’estrazione mineraria in acque profonde dovesse ottenere il via libera, gli oceani e i loro fragili ecosistemi rischierebbero danni irreparabili. Non possiamo permettere che questo accada e pertanto invitiamo tutti a firmare la petizione di Greenpeace.
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