In Italia esistono 871 aree protette, per un totale di oltre 3 milioni di ettari tutelati a terra, circa 2.850mila ettari a mare e 658 chilometri di costa.
I Parchi nazionali sono 24 e coprono quasi 1,5 milioni di ettari a terra e 71mila a mare; le Aree marine protette, invece, sono 29, per un’estensione di circa 222mila ettari e ad esse occorre aggiungere due Parchi sommersi e il Santuario internazionale dei mammiferi marini, con altri 2.5 milioni di ettari protetti, per un totale di 32 Aree marine protette (dati del VI aggiornamento dell´Elenco Ufficiale delle Aree protette-Ministero Ambiente).
In tal modo, almeno sulla carta, circa il 10,5% del territorio nazionale (superficie terrestre) risulta protetto dal punto di vista della tutela della natura. Ovvero il nostro Paese sembrerebbe aver raggiunto quella soglia minima da raggiungere entro il 2030 secondo gli obiettivi europei di ecosostenibilità, come spesso si racconta in molti servizi che appaiono su giornali e TV oppure nei salotti della politica, quelle rare volte in cui si parla ancora di natura.
In realtà l’Unione Europa parla di protezione integrale, ovvero protezione vera, effettiva, dove la conservazione degli ecosistemi e della biodiversità è posta al primo posto e i processi ecologici ed evolutivi sono lasciati sostanzialmente indisturbati. Ovvero non basta fare un parco o un SIC-Sito di Interesse Comunitario, per garantire una protezione integrale della natura. E da questo punto di vista, purtroppo, il nostro Paese ma anche tutto il Vecchio Continente sono ancora lontani da questo ambizioso ma sempre più urgente obiettivo.
Eccelle solo il Lussemburgo
Infatti, a parte il caso particolare (paese molto piccolo) del Lussemburgo, che supera il 35% di territorio con protezione integrale, l’unico altro Paese che raggiunge l’obiettivo del 10% è la Svezia, con la Finlandia molto vicina. L’Italia è al quinto posto, con il 5,1% di territorio a protezione integrale, mentre Francia e Germania sono in fondo alla classifica, con meno dell’1%.
Quest’ultimo dato scaturisce da una recente ricerca – pubblicata sulla rivista Biodiversity and Conservation – di un gruppo internazionale di ricercatori, guidato da studiosi dell’Università di Bologna. Si tratta della prima ricerca a livello europeo sulle aree rigorosamente protette, che l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) classifica come riserve integrali, aree wilderness e parchi nazionali. Ovvero di zone nelle quali l’ambiente naturale è conservato nella sua integrità e l’intervento umano è molto limitato.
«Dalla nostra analisi emerge che con le sole eccezioni del Lussemburgo e della Svezia, e con la Finlandia che si avvicina molto, nessun altro paese dell’Unione Europea raggiunge l’obiettivo del 10% di protezione rigorosa dei suoi territori» spiega il professor Roberto Cazzolla Gatti, biologo della conservazione al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna e primo autore dello studio.
«C’è quindi ancora molto lavoro da fare per garantire la conservazione della biodiversità, attraverso una rigorosa azione di cooperazione internazionale tra i paesi e l’impegno dei singoli stati all’individuazione di aree nazionali da destinare a protezione».
La distruzione, il degrado e la frammentazione degli habitat sono le principali cause della perdita di ecosistemi e di conseguenza anche di biodiversità e stanno innescando la sesta estinzione di massa. Oggi a livello mondiale, escludendo l’Antartide, più del 70% delle terre emerse e circa il 90% degli oceani è stato alterato dalle attività umane. In Europa, non è rimasta nessuna singola area contigua superiore a 10.000 chilometri quadrati priva di impatti umani. Tuttavia, esistono ancora aree con alta selvaticità ed ecosistemi piuttosto integri, presenti per lo più all’interno di aree protette o in zone poco raggiungibili. Per l’Italia un esempio famoso è quello della Riserva Integrale di Sasso Fratino, all’interno delle Foreste Casentinesi.
«Proteggere le zone di alta quota è certamente importante, ma sarebbe necessario prestare attenzione alla tutela integrale di aree in pianura e collina – continua Cazzolla Gatti –. La nostra proposta è che l’allargamento delle aree con protezione integrale sia in linea con l’obiettivo di preservare la biodiversità e gli ecosistemi sull’intera gamma di condizioni geografiche ed ecologiche che si trovano nel territorio europeo».
Per arrivare a ciò un’opzione potrebbe essere il passaggio ad un approccio di conservazione più rigoroso per le aree che già oggi sono sottoposte a un livello di protezione inferiore. È il caso, ad esempio, delle aree Natura 2000 – la rete ecologica europea per la conservazione della biodiversità – che mostrano attualmente una copertura paesaggistica abbastanza buona, ma una protezione rigorosa molto bassa nella maggior parte dei paesi e in molti parchi nazionali.
«Sarebbe poi necessario identificare aree potenziali per espandere la protezione integrale con bassi costi economici e sociali, comprese ad esempio zone con un alto valore di biodiversità, ma bassa popolazione e sfruttamento del territorio – conclude Cazzolla Gatti –. Considerando però che in Europa la maggior parte del territorio è stato profondamente modificata dall’uomo, le aree rigorosamente protette dovrebbero comprendere anche territori che attualmente hanno uno status di protezione più basso, come la Rete Natura 2000, e che possono recuperare il loro valore di biodiversità attraverso il ripristino e il rewilding».
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