di Dimitri Ruggeri (*)
Il quinto giorno lasciamo il territorio del fiume che le guide chiamano sacro. Prima di allontanarci dalle lastre di ghiaccio del Kharkhiraa compio tre giri intorno a un altare di pietre, lì vicino, e aggiungo altri sassi, affidandogli un desiderio. Non lo dico. Ha a che fare con l’amore, con un volto, con capelli ricci e occhi che nella memoria prendono il colore dell’acqua. Forse il posto migliore per lasciarlo è proprio un punto che non saprei ritrovare.
La valle si congiunge al cielo e rende inutile stabilire dove finisca il verde e cominci l’azzurro. I cavalli ci guardano da lontano e nitriscono nel silenzio, oppure siamo noi ad attribuire a quel suono un saluto.
Aggiriamo il Turgen e, dopo un ultimo saliscendi che ci sfianca, compare un lago. Shinè non ha mai visto il mare. Per lui, ci spiegano, questi laghi sono il mare. Cerco di immaginare un mare senza sale e una vita senza il bisogno di vederne un altro. Poi mi accorgo che sto ancora una volta misurando il mondo con le mie assenze.
Il mattino seguente apro la tenda e il mondo è bianco. Davanti a me c’è un cavallo chiaro, quasi dello stesso colore della neve. Dietro di lui le montagne sono scomparse dentro una luce lattiginosa. Gli animali ruminano tranquillamente i pochi ciuffi d’erba rimasti scoperti. Per un istante non riesco a valutare la distanza tra le cose. Il cavallo potrebbe essere a pochi metri oppure dentro un sogno.
Non mi era mai capitato di svegliarmi dentro una trasformazione così totale: il bianco ha cancellato quasi tutti i riferimenti e perfino gli animali sembrano figure metafisiche sospese nello spazio.
Ha nevicato per ore. Alzandomi troppo presto ho commesso l’errore di smontare parte della tenda; ora le mie cose sono a terra, coperte soltanto dal telo esterno ed esposte al vento e ai pezzi di ghiaccio che volano dalle nuvole. Indosso ciabatte semichiuse e ho freddo.
Mi riparo nella tenda aperta dei carovanieri che mi offrono tè bollente, poi ridono, indicano il cielo e continuano a occuparsi delle loro cose. Non sembrano sorpresi né offesi dalla neve. La guardano senza catene, indifferenti a ciò che noi interpretiamo come un affronto personale.
In quel momento penso di avere imparato a non avere freddo. Non perché il freddo sia scomparso: le mani sono ancora rigide e i piedi un po’ bagnati. Ha smesso, per qualche minuto, di sembrarmi un torto.
Sul diario scrivo:
Non c’è pace se non qui,
se non dove c’è una radio senza fili.
Risposte non ci sono per campare
Domande non ci sono per il mare
La bellezza è muta sulla neve,
desolante, meravigliosa
genera vento, un nirvana nudo apocalittico.
Poi aggiungo altri versi, cercando parole abbastanza grandi da reggere il paesaggio. La verità è più semplice: poco dopo smette di nevicare. Ci guardiamo attorno e partiamo, perché siamo in ritardo e dobbiamo superare un valico oltre i tremila metri.
Saliamo con apprensione, sperando che il cielo non decida di venirci di nuovo in testa. Superiamo il passo, poi scendiamo lungo un ghiaione reso scivoloso dalla pioggia. A valle il Turgen è coperto da nuvole e neve grigia. Prima di entrare in tenda vedo un tramonto rosso e violento, come se il fuoco avesse aperto per pochi minuti una finestra sulle montagne.
La mattina ci svegliamo sotto una coltre di brina luccicante
Il giorno seguente entriamo tra i larici. Dopo tanti giorni di steppa montana, gli alberi sembrano una folla. I tronchi spezzano lo spazio e restituiscono all’occhio punti a cui aggrapparsi. Nel cielo compaiono grandi rapaci; le guide ci parlano anche di lupi e orsi, che però restano invisibili.
Camminiamo lungo il fiume tra un costone color rame e un versante verde. La carovana ci lascia per tornare al villaggio: ha terminato il proprio lavoro. Guardiamo i cammelli allontanarsi e con loro sembra andarsene una parte dell’ordine che ha sostenuto il viaggio. Gli animali, che all’inizio consideravamo elementi pittoreschi, sono diventati una misura del tempo. Il loro passo stabiliva la giornata, la loro presenza teneva insieme il campo. Ora restano le tracce sul terreno e ombre nell’atmosfera.
Non ci sono abbracci con i carovanieri. Ci salutiamo con un gesto da lontano perché a loro basta quello.
Il nibbio, invece, continua a seguirci e lascia sulla mia tenda una cagata monumentale, forse il suo modo di congedarsi. La natura, quando vuole, sa essere chirurgica.
L’ultimo giorno di cammino attraversiamo un’area di estrazione del carbone nei pressi del villaggio di Khotgor, che ci dicono legata a interessi cinesi. Il fronte di scavo interrompe la steppa come una ferita aperta. Fuoristrada e camion corrono sulle piste sollevando nuvole di polvere simili a esplosioni atomiche. Dopo giorni trascorsi con le bestie, il rumore dei motori produce uno straniamento quasi maggiore del silenzio.
Le abitazioni appaiono come ammassi di materiali sopravvissuti a un bombardamento mentre da alcune aperture spuntano volti curiosi di bambini, i primi ad avvicinarsi. Ci fermiamo in uno dei pochi minimarket e compriamo un gelato che mangiamo avidamente. Ha il sapore di una civiltà ritrovata e, nello stesso tempo, è completamente fuori posto.
Poco dopo entriamo in una bottega quasi vuota con dotazione un tavolino e qualche sedia mentre una donna prepara a ripetizione soltanto buuz, ravioli ripieni di carne di pecora. Ne mangio cinque per forza, anche se non sopporto più l’odore del grasso e del formaggio che mi è entrato ovunque. Anche qui, non esiste sapone capace di separare nettamente il corpo dal viaggio.
Nel villaggio ci sono una moschea, un municipio, un piccolo presidio sanitario, scuole e automobili ferme e sfondate per mancanza di pezzi di ricambio. Poco distante dal centro del paese entriamo in una ger rivestita di arazzi dai colori accesi. La guida ci presenta la famiglia che vi abita come kazaka. Non sono le decorazioni a dimostrarlo. Senza quella spiegazione non avrei saputo attribuire un’identità precisa alle persone che ci accolgono.
Ancora una volta capisco quanto sia facile, per chi arriva da lontano, scambiare un dettaglio per una prova e una sensazione per una conoscenza.
La Mongolia pastorale che avevo cercato e quella mineraria non sono due paesi diversi. La ger, il cavallo, il fuoristrada e la miniera appartengono allo stesso presente. Sono io ad avere bisogno di separarli, per salvare l’idea di autenticità con cui sono arrivato. Ma l’autenticità è spesso soltanto il nome che diamo a ciò che vogliamo rimanga fermo mentre noi continuiamo a cambiare.
Il giorno dopo percorriamo circa centosettanta chilometri per tornare a Tarialan, su una UAZ di fabbricazione sovietica. Il veicolo sobbalza, s’inclina, geme, si arrampica su piste che nessuno chiamerebbe strade, non fosse per quei camion scassati che le percorrono come bestie cieche. Davanti a noi polvere, precipizi, massi enormi; intorno, il vuoto. E poi le liti, inevitabili e magnifiche del nostro autista a torso nudo che urla contro gli altri conducenti, gesticola, ride, bestemmia, contratta precedenze assurde sul bordo del nulla, come se anche il passaggio fosse una questione d’onore.
Ci fermiamo presso uno stupa buddista. Poco distante c’è un ripiano sul quale si gioca con le rotule di yak, utilizzate come dadi. Provo a lanciarle e le mando fuori dalla base. Anche il caso, qui, sembra avere bisogno di spazio.
Riprendiamo l’aereo da Ulaangom per tornare a Ulaanbaatar, dopo aver visitato il mercato. La città continua a costruirsi. I grattacieli salgono, gli edifici del periodo socialista resistono ancora e il traffico continua a riempire le strade. Dopo il silenzio delle vallate, ogni suono sembra sovrapposto a un altro. Mi accorgo che cerco inutilmente nel rumore il respiro dei cammelli, il galoppo dei cavalli, i cani della notte.
All’aeroporto il gruppo si sparpaglia. Ci abbracciamo, facciamo promesse, diciamo che ci rivedremo. Forse accadrà. Oppure la nostra comunità, costruita intorno a tende bagnate, pietanze ripetitive e fiumi ghiacciati, non sopravvivrà ai calendari delle nostre vite.
Per sedici giorni abbiamo attraversato lo stesso paese, ma ciascuno ne porterà via uno diverso.
Io porto con me la donna che guarda emergere il volto del marito sulla Polaroid. Il bambino nella busta azzurra. I cammelli accasciati. Le interiora della pecora. Il tè bollente. Le ciabatte nella neve. La linea tra il verde e il cielo.
Porto con me anche le imprecazioni, la fame, il sonno che non arriva e la voglia, in alcuni momenti, di essere già altrove. Non ho trovato la città invisibile di cui parlava Misha, né le risposte nel vento. La Mongolia non mi ha insegnato una verità universale e non mi ha restituito l’infanzia.
Ha fatto qualcosa di più modesto.
Per alcuni giorni mi ha tolto la possibilità di decidere tutto. Mi ha obbligato a fermarmi quando volevo avanzare, a entrare nell’acqua quando avrei preferito restare asciutto, ad aspettare quando credevo necessario reagire. Mi ha costretto a guardare il cielo non soltanto per ammirarlo, ma per capire che cosa avrebbe fatto del mio corpo e della giornata.
Poi, ogni volta, il vento è finito. La neve ha smesso. La carovana è ripartita.
«Bayarlalaa, Mongolia. Grazie, Mongolia.
Grazie per la deviazione, per il freddo e per il limite. Grazie per non avere corrisposto all’immagine con cui ero arrivato».
PRIMA PARTE: Otto giorni a piedi in Mongolia, al passo di una carovana
SECONDA PARTE: Fortunata in Mongolia è quella casa che ha i cavalli legati alla sua porta
- Fiumi e rigagnoli nella valle di Olon Nuuriin. © D. Ruggeri
- Nei pressi del Massiccio del Turgen. © D. Ruggeri
- Nei pressi del Massiccio del Turgen. © D. Ruggeri
- Paesaggio, di ritorno verso Ulaangoom. © D. Ruggeri
- Villaggio Khotgor – Miniere di carbone. © D. Ruggeri
- Paesaggio Provincia di Uvs, Mongolia nord-occidentale. © D. Ruggeri
(*) Dimitri Ruggeri è poeta, videopoeta, slammer e scrittore. È autore di numerose raccolte poetiche, tra cui Parole di grano (2007), Carnem Levare, il Cammino (2008), Status d’amore (2010), Il Marinaio di Saigon (2013, vincitore del Premio della critica Mioesordio 2014), Soda caustica (2015), Krokodil (2018) e Radon (2019). Nel 2022 ha pubblicato il suo primo romanzo, Pugni al petto, che ha “performato” correndo le Maratone. Ha realizzato videopoesie, audiolibri e performance teatrali, portando la poesia in contesti non convenzionali come borghi abbandonati, campi agricoli e spazi in disuso. È stato promotore e pioniere del Poetry Slam in Abruzzo e Molise e ha ideato progetti innovativi come Slam[Contem]Poetry, primo portale in Italia dedicato allo Slam e la Biennale Marsica.
Ha partecipato ai principali tornei di Poetry Slam in Italia, a festival di poesia e ai più importanti festival internazionali di videopoesia in Europa. Le sue poesie sono presenti in antologie e siti web letterari; alcune sono state tradotte in spagnolo per il Periódico de poesía dell’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Nel 2006 è stato ospite al programma RAI (Futura) Miss Poesia. Attualmente è Direttore Artistico del Premio Hombres Itinerante di Videopoesia ed è impegnato nello sviluppo di progetti con l’intelligenza artificiale.
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