Quando gli uomini vivevano dentro la natura, gli alberi erano un tramite di comunicazione della terra con il cielo e del cielo con la terra.
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Se incontro un albero sradicato dal vento, o schiantato dalla neve, o roso dal ghiro, o morso dal cervo provo dispiacere, ma quando vedo una corteccia incisa da un barbaro coltello o un albero tagliato da una scure di frodo provo amarezza e rabbia perché se coltivare boschi è segno di civiltà, danneggiarli e distruggerli è inciviltà e regresso.
Mario Rigorni Stern, Arboreto salvatico
Possiamo iniziare la nostra riflessione dalla scelta lessicale di Mario Rigoni Stern, perché non scrive «quando gli uomini vivevano con la natura o a contatto con la natura o vicino alla natura, ecc.». Egli scrive «dentro la natura», formula che ottiene sicuramente un effetto ben diverso, poiché sta a indicare una condizione di totale immersione in essa, una vita simbiotica: proprio come un pesce nell’elemento acqua, tale dovrebbe essere la nostra condizione generale con la natura. E in passato, in qualche modo, lo era.
Tempi ormai remoti, in cui la natura non era solamente un qualcosa da sfruttare, ma un complesso organo vivente (quale è in realtà), che ci dona continuamente qualcosa, dal vitale ossigeno ai frutti, dai rimedi erboristici alla rilassante vista d’un paesaggio. Non solo, nella fattispecie gli alberi avevano un valore cosmico, essi rappresentavano per l’umanità un’opportunità: un legame, un tramite di comunicazione della terra con il cielo e del cielo con la terra. Ora, in un momento in cui la comunicazione globale avviene ventiquattro ore al giorno attraverso un dito che striscia su uno schermo, quanti considerano realmente questo pensiero? Quanti fra noi pensano realmente a una comunicazione della terra con il cielo e viceversa? È irreale, è fantasia: l’albero è solo legno e foglie, niente di più.
Probabilmente proprio per questa nostra cecità siamo arrivati a un punto tale di inciviltà e regresso che non ci accorgiamo di cosa abbiamo perso. Non in modo irrimediabile, poiché la natura è qui che ci aspetta, dietro l’angolo, magari nascosta in un ruscello, nella tana di un tasso, in una siepe: essa non cessa di essere se stessa, occorre solo che l’uomo si fermi e recuperi ciò che ha perduto.
Come sottolinea lo scrittore, la natura fa il suo corso, un albero può cadere, essere roso dagli animali, schiantarsi a terra per il peso della neve e ciò potrebbe (o dovrebbe?) farci provare dispiacere; ma quando vediamo che per interessi economici, per viltà, per i nostri vizi, per le comodità un albero è tagliato o inciso, a questo punto ci si dovrebbe indignare e provare rabbia. La natura è per antonomasia innocente, non giudica, non ostacola, non ha malizia: è se stessa, è la natura, va al di là del bene e del male. Se davvero ci definiamo civili, allora si usi come metro di paragone il nostro rapporto con la natura, ma senza aspettare che lo facciano prima i governi e le nazioni: dobbiamo essere noi per primi a pensarci, nella nostra quotidianità, altrimenti non cambierà mai nulla.
Credere che gli alberi siano un tramite di comunicazione della terra con il cielo e del cielo con la terra non è religione né superstizione: è consapevolezza che esistono legami universali a cui dovremmo rispondere, che dovremmo difendere, per imparare a vivere con la coscienza che tutto è collegato: l’alga del fondo marino, il koala, la roccia sulle Dolomiti, le costellazioni, il vento e, sì, anche l’uomo.
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