Non è certamente questa la sede per parlare di Victor Hugo e senz’altro non basterebbe un libro per essere completi e giusti nei suoi confronti. Eppure non è un caso se proprio il poeta francese scrisse un testo che possiamo prendere come compendio di tante nostre riflessioni riguardanti la natura. Il seguente testo, Agli alberi, è della prima metà dell’Ottocento, ma non ha smesso di parlare e sussurrare ai nostri cuori alcune fra le più importanti convinzioni che abbiamo – e dovremmo avere – per poter vivere in modo simbiotico con la Natura.
In questo testo troviamo davvero tutto, non troppo, proprio tutto; Hugo sceglie come interlocutori gli alberi e sappiamo che non è l’unico, ma riesce in alcuni versi a concentrare dei fattori fondamentali. Innanzitutto che la Natura è viva, gli alberi ascoltano, partecipano ai nostri pensieri, ci parlano, cantano, proteggono; ma non solo, perché il poeta fa esperienza di solitudine, rimarcandone l’importanza per una sana contemplazione, e si arricchisce da questo incontro giungendo ad approfondire la propria vita spirituale, fino al contatto con il divino.
Agli alberi
Alberi della foresta, voi conoscete il mio animo!
Come gli invidiosi, la folla loda e critica;
Voi mi conoscete, voi! Mi avete spesso visto,
Solo nelle vostre profondità, guardando e sognando.
Voi lo sapete, la pietra su cui corre lo scarabeo,
L’umile goccia d’acqua di fiore in fiore caduta,
Una nuvola, un uccello, mi occupano un giorno intero.
La contemplazione m’empie il cuore d’amore.
Mi avete visto cento volte, nella vallata oscura,
Con le parole che dice lo spirito alla natura,
Interrogare sottovoce i vostri rami palpitanti,
E con lo stesso sguardo inseguire al tempo stesso,
Pensoso, la fronte chinata, lo sguardo nell’erba profonda,
Lo studio d’un atomo e lo studio del mondo.
Attento ai vostri suoni che parlano tutti un poco,
Alberi, mi avete visto fuggire l’uomo e cercare Dio!
Foglie che trasalite alla punta dei rami,
Nidi di cui il vento da lontano semina le piume bianche,
Chiarori, vallate verdi, deserti oscuri e dolci,
Voi sapete che sono calmo e puro come voi.
Come al cielo i vostri profumi, il mio culto a Dio si protende,
E son pieno di oblio come voi di silenzio!
L’odio sul mio nome sparge invano il suo fiele;
Sempre, – io vi attesto, oh boschi amati dal cielo! –
Ho cacciato lontano da me ogni pensiero amaro
E il mio cuore è ancora come lo fece mia madre!
Alberi dei grandi boschi che fremete sempre,
Io vi amo, e voi, edera alla soglia degli altri sordi,
Forre in cui si sentono filtrare le fonti vive,
Cespugli che gli uccelli saccheggiano, gioiosi convivi!
Quando sono tra voi, alberi di questi grandi boschi,
In tutto quel che m’attornia e mi nasconde al tempo stesso,
Nella vostra solitudine in cui rientro in me stesso,
Sento qualcuno di grande che m’ascolta e che mi ama!
Così, boschi sacri in cui Dio stesso appare,
Alberi religiosi, querce, muschi, foresta,
Foresta! È nella vostra ombra e nel vostro mistero,
Nella vostra chioma augusta e solitaria,
Che voglio riparare il mio sepolcro dimenticato,
E che voglio dormire quando mi addormenterò.
Victor Hugo
La contemplazione m’empie il cuore d’amore, potrebbe bastare questo verso per comprendere la profondità del rapporto che l’uomo ha con la Natura e che dovrebbe oggi assolutamente riscoprire e proteggere. Non rumori, non caotici andirivieni e nemmeno pericolose infrastrutture per il turismo di massa, ma silenzio, ascolto, per poter vivere una contemplazione che tocchi tutte le corde del nostro cuore, fino a far scaturire sottili energie che pervadono l’Universo intero. E non è utopia, non è un sogno, è la realtà. La poesia di Hugo vale come testimonianza, perché egli non si appresta a un incontro in modo superficiale né si presenta agli alberi frettoloso o preoccupato, ma si mette in ascolto ed è attento ai vostri suoni che parlano tutti un poco, per poter poi assimilare il messaggio d’amore che la Natura sprigiona da tutti i suoi pori, proprio come il respiro di un albero.
Nella foresta Hugo torna fanciullo, ma non come regressione, anzi, come modo di porsi nei confronti del mondo; è una progressione del cuore (e se non è del cuore, di che progresso si può parlare per l’umanità?), dimenticando ogni forma d’odio, propria o altrui e ogni amarezza della vita: Ho cacciato lontano da me ogni pensiero amaro / E il mio cuore è ancora come lo fece mia madre!
Tornare bambini significa rimanere aperti alle possibilità, vuol dire credere nella meraviglia, lasciarsi trasportare dallo stupore e dalla curiosità, per questo nel testo si evidenzia come la pietra su cui corre lo scarabeo, / L’umile goccia d’acqua di fiore in fiore caduta, / Una nuvola, un uccello, mi occupano un giorno intero; questo è stupefacente, perché siamo in una società che vorrebbe farci occupare le giornate in tutt’altro modo che in un prato o in una foresta. Non è un caso che è perdendosi in una foresta che l’uomo ritrova sé stesso e una lucidità tale per cui le temute sirene di Odisseo non saranno più un’insidia per lui.
Non poteva dunque mancare anche l’incontro con Dio. Da quando l’uomo ha iniziato a dipingere sulle pareti delle caverne ha sempre associato la Natura alla divinità fino a trovare realmente Dio intorno a sé, anche in animali e piante. Spesso questo è un incontro che può essere più comune e frequente di quanto si possa immaginare, occorre però molta pazienza, predisposizione all’ascolto, spirito di osservazione e molta fede; in questo modo e discostandosi dalla società il poeta francese ha trovato Dio: Alberi, mi avete visto fuggire l’uomo e cercare Dio!
Rileggiamo più volte questo testo, assaporiamone ogni parola ed ogni verso, magari seduti in mezzo al bosco, lasciandoci guidare dal silenzio melodioso degli alberi, perché Hugo è riuscito a dar voce in un’unica poesia a quello cui dovrebbe aspirare l’umanità: unione con la Natura, con il divino e con se stessi, raggiungendo serenità e pace nello spirito per poter vivere in comunione con tutti.
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