I piccioni hanno pochi difensori, un po’ come avviene per le nutrie e i topi, anzi per molti i colombi di città sono considerati ratti con le ali, a causa della convinzione che siano i più grandi portatori di malattie trasmissibili all’uomo. Un’affermazione questa che non ha mai trovato riscontri scientifici in quanto i colombi non rappresentano un maggior veicolo di zoonosi rispetto ad altri volatili selvatici. Lo dicono gli studi epidemiologici fatti anche da molti servizi veterinari pubblici nel corso degli anni: questo pregiudizio sanitario accomuna altre specie individuate come nocive o invasive, come le nutrie.
Una sorta di marchio di infamia, che per quanto riguarda la maggior pericolosità sanitaria non trova conferma nei dati scientifici, che spesso nel citare i dati di consistenza della popolazione, testimoniano proprio l’assenza di censimenti attendibili. In uno studio pubblicato nel 2018 dal Centro di Referenza Nazionale per l’Igiene Urbana Veterinaria i dati di stima delle popolazioni di piccioni di Milano e Barcellona sono riferiti a pubblicazioni del 2002 (Milano) e del 1991 (Barcellona) e sono da considerarsi ampiamente superati.
Fauna selvatica a tutti gli effetti
I colombi cittadini, che hanno una qualificazione scientifica e giuridica che negli anni è variata secondo convenienza, fra lo status di selvatici e quello di animali semi domestici non facenti parte della fauna selvatica, sono da sempre combattuti con ogni mezzo, come successe negli anni ’80 del secolo scorso, quando i piccioni venivano catturati nelle città con l’uso di reti e in alcuni casi finivano nel cibo per animali.
Ora, dopo una sentenza della Cassazione del 2004 i piccioni sono stati (nuovamente) ricompresi nel novero della fauna selvatica, trattandosi di specie vivente in stato di libertà, pur nella sottospecie che conosciamo, spesso fenotipicamente diversa dal colombo torraiolo (Columba livia) dal quale discende.
Pur se sono cambiati i tempi non è cambiato il modo di vedere il piccione urbano: come una specie dannosa e da contenere quasi sempre a fucilate o peggio con trappole. Questi abbattimenti accontentano due componenti della società molto importanti in termini elettorali: cacciatori e agricoltori, che ritengono che questa attività preservi i raccolti dai danni causati dai colombi. Gli abbattimenti generano sempre una serie di problematiche alle quali nessuno vuole mettere mano e che, spesso, la stessa Polizia Giudiziaria e le Procure non indagano a fondo, nonostante le molte proteste che queste attività fanno scaturire, sia da parte di chi non sopporta il tiro al colombo, ma anche da chi vorrebbe poter camminare in campagna, almeno quando la caccia è chiusa, senza il rumore delle fucilate e senza il rischio di essere colpiti da qualche pallino.
Molte e controverse sono le questioni che riguardano i piccioni e i danni che provocano alle culture e altrettanto controversi sono i censimenti, che sono spesso inesistenti, datati oppure parziali, così come incomplete sembrano essere le valutazioni di inefficacia dei metodi ecologici, che dovrebbero essere preventivamente sempre applicati.
Il puntuale rispetto della legge vorrebbe che i piani di contenimento, durante la chiusura della caccia, fossero eseguiti soltanto dagli agenti preposti alla vigilanza, che possono avvalersi dei conduttori dei fondi, sempre con presenza e controllo degli organi preposti. Spesso così non è e gli abbattimenti sono controllati solo sulla carta, per carenza di personale e per taciti accordi.
Andrebbe poi valutata in queste campagne di abbattimento anche l’ipotesi di commissione del reato di maltrattamento di animali, con piccioni che finiscono agonizzanti sui tetti o nelle corti delle cascine dove avvengono molte operazioni di questo genere, che nessuno raccoglie e sopprime, come legge e etica imporrebbero. Visto il contesto venatorio, la soppressione avviene per dislocazione delle vertebre cerebrali, ma che è un metodo comunque considerato eutanasico per la soppressione dei volatili. Un metodo cruento, ma certo più umano che non lasciare agonizzare gli animali feriti.
A queste valutazioni occorre aggiungere anche l’inquinamento da piombo, che può contaminare, grazie alla dispersione dei pallini, anche le produzioni agricole e il foraggio degli animali.
Abbattimenti: un metodo fallimentare
La questione “piccioni” potrebbe sembrare di poco conto ma appare invece molto articolata e complessa, tanto da poter essere considerata un esempio di scuola per meglio capire il costante ricorso agli abbattimenti come metodo di gestione, fallimentare, della fauna selvatica.
Il punto è che i metodi ecologici sono stati sempre dichiarati inefficaci a prescindere dalla corretta e diffusa applicazione, da decenni. Ancora prima, solo per fare un esempio, che l’inurbamento delle cornacchie riducesse in modo consistente la popolazione dei colombi nelle città, che unito alla riduzione dei siti di nidificazione, all’aumenta presenza di predatori ha contribuito a equilibrare il numero dei colombi, senza necessità di interventi umani. Partendo da questo assunto costante “i metodi ecologici non funzionano oppure si sono rivelati inefficaci” si è sempre pervenuti allo sparo, che comunque nei fatti non contiene e non risolve, ma accontenta soltanto una parte di cacciatori, quelli più inclini a fare il tiro al bersaglio, e di agricoltori.
Altra grande criticità è la gestione degli alimenti destinati agli animali nelle cascine, che tenuti senza alcuna protezione diventano un motivo attrattivo per i piccioni, che vedono nelle corti e negli allevamenti le stesse situazioni che attirano i cinghiali attorno ai cassonetti dei rifiuti urbani di alcune grandi città, incapaci di gestire correttamente la raccolta della frazione umida. Senza una gestione corretta delle risorse alimentari la presenza indesiderata di animali negli insediamenti umani sarà sempre problematica.
Su questo fattore ISPRA è sempre fin troppo accondiscendente nel concedere i pareri, vincolanti, che attestano il mancato funzionamento dei metodi ecologici. Spesso autorizzando piani di abbattimento poliennali che sono, di volta in volta, l’esatta fotocopia di quelli precedenti, fatta eccezione per l’adeguamento temporale dei numeri.
I dati più indicativi sull’utilità degli abbattimenti restano però quelli relativi alle operazioni compiute e ai danni che le Regioni sono costrette a rimborsare.
Si può prendere come esempio la Regione Emilia Romagna, una di quelle a maggior vocazione agricola e con una grande estensione di campi coltivati a seminativi. Guardando i dati ufficiali forniti dalla Regione E.R., a corredo del piano di abbattimento dal 2018 al 2022 si può facilmente verificare che nel quadriennio 2013/2016 la Regione abbia registrato danni da colombo per poco più di 293 mila euro, a fronte dei quali, nello stesso periodo sono stati abbattuti poco meno di 500.000 piccioni. Con un costo cartuccia medio di 0,50 Euro questo significa che per attuare il piano di contenimento sono stati spesi, soltanto in munizioni, circa 250 mila Euro, ai quali vanno aggiunti i costi del personale, dei mezzi, dello smaltimento delle spoglie e della rendicontazione amministrativa. Senza poter quantificare i danni dovuti allo spargimento sul suolo di circa 12 tonnellate di piombo e alla contaminazione che questo metallo pesante causa. Occorre poi evidenziare che nell’anno (2016) in cui sono stati abbattuti circa un quarto di colombi in meno rispetto alle annualità precedenti sono stati comunque rilevati danni per importi in linea con quelli in cui gli abbattimenti erano stati maggiori.
Analizzando i dati si arriva a un rapporto costi/benefici decisamente negativo. Su questo bisognerebbe davvero riflettere quando si parla di gestione faunistica incrociata con l’attività venatoria, perché non sempre i conti quadrano e la coperta che viene stesa su certe questioni sembra d’improvviso lacerarsi.
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