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Società
il modello norvegese

Acquacoltura: guardare al mare come fonte di sostentamento

Acquacoltura: guardare al mare come fonte di sostentamento

Stefano Corbetta Stefano Corbetta 16 Giu 2018

Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione (FAO), l’unico modo per soddisfare la domanda mondiale di pesce sarà di sviluppare ulteriormente gli impianti di acquacoltura. Invece di puntare sui tradizionali campi agricoli, in futuro si punterà sulle “grandi distese di blu” per garantire il cibo alla crescente popolazione mondiale.

Il modello norvegese

La Norvegia, con 101.000 km di coste, ha le condizioni adatte sia per la pesca costiera, sia per gli impianti di acquacoltura.
Il salmone norvegese (sia gli stock selvatici, sia quelli d’acquacoltura), il merluzzo essiccato all’aria delle isole Lofoten e i granchi sulle banchine del porto di Trondheim testimoniano come coste, isole e fiordi norvegesi forniscano una solida fonte di sostentamento non solo alle tante e piccole comunità che esistono in Norvegia, ma negli ultimi decenni anche all’Europa intera e non solo.
L’industria dell’acquacoltura norvegese segue un modello di sviluppo sostenibile. Ma cosa si intende per sviluppo sostenibile? Nel 1987, la Commissione mondiale su ambiente e sviluppo (WCED), fornì la seguente definizione di sviluppo sostenibile: «Uno sviluppo che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le loro».
Che avvenga in mare o a terra, la produzione di cibo avrà sempre un impatto sull’ambiente, a causa delle emissioni, degli effetti negativi sulla biodiversità, del consumo di risorse non rinnovabili come il petrolio.

Le sfide a affrontare

Le sfide che l’acquacoltura norvegese si trova a dover affrontare attualmente riguardano la sostenibilità ambientale, in particolar modo quella del mare. Difatti quest’ultima è tra i principali obiettivi della politica sulla pesca in Norvegia essendo una preziosa fonte di sostentamento.
I principali fattori che minano un’acquacoltura sostenibile a livello ambientale sono due: il problema dei salmoni che fuoriescono dagli allevamenti e i pidocchi di mare.
Nel tentativo di fronteggiare il primo problema, la Norvegia si è posta l’obiettivo “zero fuggitivi”. Sono state elaborate diverse misure allo scopo di ridurre al minimo il numero di pesci che fuggono dagli impianti di acquacoltura e i risultati dimostrano che sono efficaci. Tra il 2006 e il 2016 il numero di esemplari fuggiti dagli allevamenti si è ridotto dell’80%.
Il pidocchio di mare (Lepeopththeirus salmonis) è un parassita, comune in tutti i mari e oceani dell’emisfero settentrionale, che vive e prolifera sia sul salmone d’allevamento, sia su quello selvatico.
Al fine di garantire la sicurezza alimentare della carne del salmone, questi parassiti vengono combattuti in tre modi: attraverso metodi biologici (ad esempio, con l’impiego di pesci pulitori), mediante l’utilizzo di un Thermolicer o attraverso il trattamento con farmaci autorizzati.
Il settore ittico norvegese è controllato e regolamentato in maniera rigorosa. Negli anni Ottanta, gli antibiotici erano utilizzati di frequente in acquacoltura. Oggi, invece, vaccini efficaci e severe norme igienico-sanitarie hanno contribuito a ridurre del 99,9% il loro utilizzo e, nel contempo, la produzione di salmone è passata da 50 mila tonnellate a oltre 1,2 milioni di tonnellate.

L’impronta ecologica del salmone

Qual è invece l’impronta ecologica derivante dalla produzione di salmone?
Il dato – riguardante principalmente le emissioni di anidride carbonica (CO2) e rilevato dall’Istituto indipendente di ricerca della Scandinavia (SINTEF) insieme all’Università norvegese per le scienze e la tecnologia (NTNU) e all’Istituto svedese per l’alimentazione e le biotecnologie (SIK) -, è molto positivo.

Il salmone norvegese ha una bassa impronta ecologica: per produrre 1 chilo di salmone vengono emessi solo 2.5 kg di CO2. Per fare un confronto, il maiale ha un‘impronta ecologica di 5.9 kg di CO2 per la produzione di 1 kg di carne, mentre la produzione di 1 kg di manzo genera 30 kg di CO2.
Se l’uomo sostituisse una piccola parte del consumo di carne in favore del pesce di acquacoltura, si potrebbe ridurre in modo significativo l’utilizzo del suolo e garantire una produzione più sostenibile di alimenti a base di proteine.

© riproduzione riservata
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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