Quando si pensa alle scimmie che utilizzano strumenti, spesso vengono in mente gli scimpanzé. Ma anche in Sud America esistono primati capaci di utilizzare oggetti in modo sorprendentemente sofisticato: sono i cebi barbuti (Sapajus libidinosus), scimmie diffuse in diverse regioni del Brasile e in altri Paesi del Sud America.
I cebi sono primati di dimensioni medio-piccole, con un corpo lungo circa 40-50 centimetri e una coda che può superare la lunghezza del corpo. Sono animali molto agili, vivono prevalentemente sugli alberi ma trascorrono parecchio tempo anche al suolo e hanno una dieta estremamente varia, composta soprattutto da frutti, semi, noci, insetti e altri piccoli animali.
Alcune popolazioni sono celebri per l’utilizzo abituale di pietre come strumenti: le scimmie le impiegano, per esempio, per rompere frutti e semi dalla corazza particolarmente dura, utilizzando spesso superfici rocciose come vere e proprie “incudini”. Si tratta di uno dei più interessanti esempi di uso di strumenti tra i primati non umani.
45 mesi di osservazioni
Ma i cebi hanno un’altra caratteristica che li rende particolarmente interessanti per gli studiosi dell’evoluzione umana: cacciano e mangiano anche piccoli vertebrati. Un nuovo studio internazionale, pubblicato sulla rivista PLOS One, ha analizzato questo comportamento attraverso uno dei più ampi set di osservazioni mai raccolti sul consumo di vertebrati da parte dei cebi barbuti.
La ricerca si basa su 45 mesi di osservazioni condotte su due gruppi selvatici che vivono a Fazenda Boa Vista, nello Stato del Piauí, nel nord-est del Brasile. In oltre 5.000 ore di osservazione sono stati registrati 446 episodi di consumo di vertebrati, con una media di 6,34 eventi di predazione ogni 100 ore. Le prede erano soprattutto rettili, in particolare lucertole, ma nella dieta comparivano anche serpenti e iguane. I cebi catturavano inoltre piccoli mammiferi, soprattutto roditori, ma anche uccelli, pipistrelli e opossum.

Prove di consumo di vertebrati presso a Fazenda Boa Vista.
A: Maschio adulto che si nutre di una preda avicola (foto di Luciano Candisani);
B: Preda mammifera (marsupiale) predata da un maschio adulto. La pelle è stata strappata e le viscere sono state esposte (foto di Noemi Spagnoletti);
C: Lucertola predata da una femmina adulta. Le viscere erano esposte (foto di Eduardo D. R. Silva);
D: Serpente predato da un individuo non identificato. La parte superiore del serpente, compresa la testa, è stata strappata via e le viscere sono state esposte (foto di Noemi Spagnoletti).
© Carvalho et al., 2026, PLOS One / CC-BY 4.0
Non si tratta dunque di episodi occasionali. La ricerca mostra che, almeno nella popolazione studiata, la predazione di piccoli vertebrati è una componente abituale della dieta. «I risultati mostrano che il consumo di mammiferi e sauri è una componente abituale della dieta di questa popolazione, così come è abituale il loro uso di sassi e di incudini per aprire piccole noci di cocco e altri frutti dal guscio molto duro» spiega Elisabetta Visalberghi, del Cnr-Istc.
Quando frutta e insetti diminuiscono, aumentano le prede
Il comportamento dei cebi è particolarmente interessante perché sembra rispondere alle condizioni ambientali. I ricercatori hanno infatti osservato che la predazione aumenta quando diminuisce la disponibilità di frutti e insetti, due importanti componenti della dieta di questi primati. I piccoli vertebrati sembrano quindi funzionare almeno in parte come una risorsa alternativa nei momenti in cui il cibo abituale diventa meno disponibile. Anche il sesso e l’età degli animali sembrano avere un ruolo: la predazione è più frequente nei maschi adulti rispetto alle femmine e agli individui giovani.
Queste prede, quindi, non sono un diversivo ma un’importante fonte energetica. Il modo in cui i cebi consumano gli animali catturati rafforza questa interpretazione. Una volta catturata la preda, i cebi non iniziano necessariamente dai muscoli: cervello e visceri vengono estratti e consumati prima delle altre parti del corpo. Si tratta di tessuti particolarmente ricchi di nutrienti, che possono essere ingeriti rapidamente. I muscoli, invece, richiedono una lavorazione più lunga.
La scelta potrebbe avere una spiegazione molto concreta: quando un animale viene catturato, altri membri del gruppo possono cercare di impossessarsene. «L’acquisizione di energia in tempi rapidi è sicuramente un vantaggio quando la preda viene condivisa con altri membri del gruppo, o c’è il rischio che qualcuno se ne appropri» continua Visalberghi. È un dettaglio apparentemente marginale, ma può aiutare a capire che cosa significhi davvero per un primate introdurre piccoli animali nella propria dieta: non basta riuscire a catturarli, bisogna anche massimizzare rapidamente il valore energetico della preda.

La ricercatrice Noemi Spagnoletti durante un’osservazione sul campo sulle colline di arenaria del Brasile nord-orientale, alla ricerca di scimmie cappuccine. © Aurora Antonelli, CC-BY 4.0
Perché i cebi interessano agli studiosi dell’evoluzione umana?
Il consumo di carne ha avuto un ruolo importante nell’evoluzione della nostra specie, ma non sappiamo esattamente come e quando sia diventato una componente significativa della dieta degli ominini. Le ricostruzioni tradizionali tendono spesso a concentrarsi sulla caccia a grandi animali. Ma prima di arrivare a quello che gli studiosi definiscono human predatory pattern, cioè una strategia caratterizzata dallo sfruttamento regolare di animali di dimensioni pari o superiori a quelle del predatore, gli antenati dell’uomo potrebbero aver iniziato sfruttando risorse animali molto più semplici da ottenere.
Piccoli mammiferi, lucertole, serpenti e altri vertebrati hanno infatti alcuni vantaggi: sono relativamente abbondanti, possono essere catturati con tecniche meno rischiose e richiedono un investimento energetico molto inferiore rispetto alla caccia a una grande preda. “Osservare come i cebi integrano nella dieta piccoli vertebrati può aiutarci a comprendere meglio alcune tappe dell’evoluzione nella predazione umana”, aggiunge Noemi Spagnoletti, ricercatrice della Sapienza Università di Roma, co-leader dell’articolo. “Studiare questi comportamenti nei primati ci offre quindi nuovi elementi per ricostruire come potrebbero essersi evolute le strategie di sussistenza dei primi esseri umani”.
Il parallelo con l’evoluzione umana non significa, naturalmente, che i cebi siano un modello diretto dei nostri antenati. Si tratta di specie diverse, separate da milioni di anni di evoluzione. Il loro comportamento può però offrire un modello comparativo: osservare come un primate selvatico, dotato di elevata flessibilità comportamentale, sfrutta una risorsa animale relativamente piccola può aiutare a formulare ipotesi sulle strategie che potrebbero essere state adottate dagli ominini.
In particolare, i dati suggeriscono che le piccole prede potrebbero essere state importanti come risorsa di compensazione quando altre fonti alimentari scarseggiavano. Una strategia opportunistica di questo tipo potrebbe aver preceduto e accompagnato, nella nostra storia evolutiva, lo sviluppo di tecniche più impegnative per la cattura di animali di grandi dimensioni.
Per questo gli autori invitano a prestare maggiore attenzione anche alle tracce di consumo di piccoli vertebrati nei siti archeologici e negli assemblaggi faunistici fossili. Segni di macellazione, fratture e altre alterazioni delle ossa di piccoli animali potrebbero infatti essere più importanti di quanto finora riconosciuto per ricostruire le prime fasi dell’evoluzione della predazione umana.

Osservazioni comportamentali quotidiane sul campo. La ricercatrice Noemi Spagnoletti mentre registra l’uso di uno strumento da parte di una scimmia cappuccina maschio adulta. © Elisabetta Visalberghi, CC-BY 4.0
Un comportamento da studiare nel lungo periodo
La ricerca mette infine in evidenza quanto siano preziose le osservazioni sul campo condotte per periodi molto lunghi. I primati sono animali longevi e capaci di modificare il proprio comportamento in funzione dell’ambiente e della disponibilità di risorse. Un breve periodo di osservazione potrebbe quindi restituire un’immagine parziale delle loro abitudini alimentari.
Seguire per anni gli stessi gruppi permette invece di capire quando e perché una risorsa diventa importante, come cambia il comportamento degli animali e quali strategie adottano per affrontare periodi di maggiore scarsità. Ed è forse proprio questa la lezione più interessante che arriva dal Piauí: per capire come i nostri antenati abbiano iniziato a mangiare carne, potrebbe essere utile non guardare soltanto alle grandi prede e alle grandi battute di caccia. La storia potrebbe essere cominciata molto più in piccolo, con una lucertola catturata nel momento in cui frutti e insetti non bastavano più.
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