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Natura
Animali, piante e habitat
racconti di natura - seconda puntata

Astore, il nobile rapace sardo

Astore, il nobile rapace sardo

Redazione Redazione 17 Ago 2018

Prosegue il racconto sull’astore di Sardegna di Antonio Pisanu con le foto di Daniele Lorrai.

 

Utilizzato nella falconeria

Nel Medioevo e Rinascimento, ai tempi d’oro della falconeria europea, l’ astore di Sardegna veniva esportato in gran numero assieme ai falchi pellegrini.

A riprova possiamo citare la “Carta de logu de Arborea”, un insieme di norme civili e penali in lingua sarda promulgata nel 1392 dalla giudicessa Eleonora d’Arborea (1340/1404) che, tra le altre regole, proibiva ai suoi sudditi di violare i nidi di falchi e astori di cui lei e la sua corte facevano uso e gradito dono. Le mete erano le prestigiose casate signorili dove l’astore era impiegato nella caccia a pernici e starne con l’aiuto del cane da ferma: quando l’ausiliare faceva alzare la selvaggina il predatore scattava fulmineo dal pugno guantato e la catturava in pieno volo sotto lo sguardo ammirato dei presenti. Questa modalità venatoria era assai in voga sia per l’esplosività dell’azione che per la prelibatezza delle carni delle prede che costituivano pietanza ricorrente nei banchetti della nobiltà.

L’arrigonii era ed è particolarmente dotato per la “selvaggina di penna” mentre le sottospecie “continentali”, più grosse e pesanti, venivano usate per la caccia alla lepre che in virtù della taglia riescono a dominare più agevolmente (la lepre continentale è notevolmente più grossa della sottospecie sarda).

Insomma l’astore era fonte di svago e contemporaneamente riforniva le cucine. Proprio in tali locali il nostro trascorreva le ore di inattività appollaiato su una pertica mentre tutt’attorno ferveva l’incessante via vai della servitù e della sua vociante prole e pentoloni fumanti ribollivano ad ogni ora: il contatto con quell’eterno brulichio contribuiva a stemperare il carattere piuttosto incostante e spigoloso tipico della specie.

Un altro compito che veniva svolto dall’astore era quello di procurare le “traine” ossia gli animali che poi venivano usati per addestrare e tenere allenati i signori dell’alto volo: falchi pellegrini, falchi sacri e i pregiati girfalchi, tutti motivo di orgoglio e prestigio per il proprietario. L’oscuro e pericoloso compito del nostro era quello di catturare aironi, cicogne e gru. Grazie al semplice accorgimento di una limata degli artigli e in particolare a quello del poderoso dito posteriore detto “chiave”, gli animali, afferrati per il collo o la testa, venivano sottratti perfettamente integri e resi disponibili per i cugini più blasonati. Rimane sottinteso che tanti astori rimanevano uccisi o gravemente menomati durante tali spropositati duelli.

 

Ritorno in grande stile

Oggi, dimenticati gli antichi fasti della falconeria e superato l’assurdo periodo dell’ignobile “lotta ai nocivi” (anni 1950/ ‘60) che con puntiglioso/meticoloso impegno ne ha decimato le popolazioni perché accusate di sottrarre enormi quantità di selvaggina pregiata (le stesse guardie venatorie erano incaricate di sparare a vista e spesso si abbattevano adulti e piccoli sul nido), l’astore di Sardegna viene segnalato sempre più numeroso in ogni parte della nostra isola ovunque vi sia una zona idonea per la nidificazione. Osservato, ripreso, fotografato e studiato con occhi diversi, gli è stata finalmente attribuita la corretta importanza nel grande cerchio della vita: fugati i pregiudizi legati all’immeritata fama di sterminatore insaziabile, il fantasma del bosco è ridiventato un mito.

 

Qualche dato tecnico

Nello spettro della specie Accipiter gentilis distribuita in Europa, la sottospecie sardo-corsa Accipiter gentilis arrigonii (kleinschmidt 1903) è sicuramente quella di minori dimensioni. Infatti, ha un’apertura alare di 86/120 cm e pesi di caccia che oscillano tra 780/880 g per le femmine e 520/600 g per i maschi. Se tali numeri vengono comparati con quelli dei giganti della specie, il maestoso Accipiter gentilis buteoides e l’elegantissimo Accipiter gentilis albidus – che in taluni esemplari possono superare i 1300g nelle femmine e accostarsi ai 1000g nei maschi – ci possiamo rendere conto della taglia assai ridotta dell’astore sardo (dati C. Murgia 1993 – j. Madrid Millan 2013)

Leggi l’articolo anche sull’ultimo numero di Rivista Natura Air di agosto-settembre

 

Dopo una fruttuosa battuta di caccia il pirata si ritira a riposare “nei suoi appartamenti”: una biforcazione posta in un cantuccio tranquillo e lì, poggiato su una zampa, si concede un momento di totale relax.

L’astore è molto “acquatico”, ossia preda con maestria anche lungo i corsi d’acqua trattenendosi, però, allo scoperto il minimo indispensabile e scomparendo il prima possibile di nuovo nel bosco.

Con piglio inequivocabile questo giovane copre una preda portata dai genitori ben deciso a sottrarla alla cupidigia dei fratelli.

Questa foto-documento scattata in Luglio nel centro della Sardegna, mostra quattro pulli già involati, sintomo evidente di una notevole disponibilità alimentare.

C’è un che di profondamente serio nello sguardo dell’astore negli istanti prima di ghermire. Sembra che l’occhio avvolga e quasi trattenga la preda, la brami a tal punto da farla sua ancor prima di averla raggiunta mentre tutto il corpo si prepara alla collisione.

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