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Ambiente
COMPRENSORI SCIISTICI

Bacini idrici per la neve programmata

Si stanno diffondendo in tutte le Alpi, ma ci sono dei forti dubbi sulla loro sostenibilità a lungo termine

Bacini idrici per la neve programmata
© JerzyGórecki via pixabay.com

Luca Tessore Luca Tessore 17 Mar 2025

La tendenza sulle Alpi di costruire bacini idrici per l’innevamento programmato delle piste da sci è sempre più frequente. Nonostante comprensori e aziende del settore promuovano tale pratica come sostenibile e vantaggiosa anche per altre attività montane, la realtà non sempre è quella che ci viene raccontata.

Per questo abbiamo voluto fare il punto della situazione con il Dott. Giacomo Bertoldi, idrologo di Eurac Research.

 

rivistanatura.com – Partiamo dall’inizio. A cosa servono i bacini idrici?

Giacomo Bertoldi – I bacini idrici per la neve programmata sono piccoli laghi artificiali costruiti vicino alle piste da sci. Servono a garantire abbastanza acqua per l’innevamento, evitando di dipendere dai torrenti o dai fiumi che possono essere ghiacciati o con poca acqua in inverno. Attualmente è impensabile sciare in pista sulle Alpi senza neve programmata. E la rapidità di riduzione dell’innevamento e delle nevicate negli ultimi decenni è molto forte.

Servono bacini sempre più grandi, per produrre sempre più neve, in periodi freddi sempre più brevi, specialmente a inizio stagione. La sfida di produrre neve programmata è sempre più difficile, tuttavia, l’efficienza nella produzione di neve sta aumentando, con cannoni più performanti, impianti intelligenti, monitoraggio e previsioni meteo accurate, battitura scientifica delle piste, utilizzo di snowfarming. Dunque, c’è una competizione accanita e continua tra progresso tecnologico dell’industria dello sci e cambiamento del clima.

 

RdN – Sappiamo che ci sono dei limiti nella loro costruzione. Quali sono le principali caratteristiche imprescindibili?

B. – I bacini devono essere costruiti in alta quota per ridurre i costi di pompaggio dell’acqua. Più è fredda l’acqua, minori sono i costi per trasformarla in neve. È essenziale che siano in zone pianeggianti e rispettino specifiche caratteristiche tecniche e geologiche. Nonostante le normative stringenti, questi bacini possono comunque rappresentare un rischio idraulico.

 

RdN – Quale impatto può avere un bacino idrico sull’ambiente circostante?

B. – Il bacino idrico può avere diversi impatti. In primo luogo, modifica il paesaggio naturale ad alta quota, influenzando visivamente l’area e alterando il suolo della montagna. Inoltre, questi bacini possono essere costruiti in conche che sono naturalmente torbiere o zone umide, causando impatti ambientali significativi.

C’è anche un effetto sulle risorse idriche, poiché l’acqua utilizzata nei bacini è vero che a fine stagione viene restituita quando la neve si scioglie ritorna a valle, ma localmente l’acqua che alimenta i bacini potrebbe altrimenti alimentare sorgenti o corsi d’acqua ed essere sfruttata per altri usi. Il volume dell’acqua trattenuta è notevole e richiede uno studio caso per caso, per valutare l’impatto complessivo, comprese le questioni legate alla qualità dell’acqua restituita.

La costruzione del comprensorio sciistico e delle infrastrutture collegate, come le tubazioni per la neve programmata, ha ulteriori impatti ecologici ed energetici. La produzione di neve programmata richiede molta energia, che pone questioni di sostenibilità ambientale probabilmente più rilevanti del consumo idrico.

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RdN – Quando si vuole costruire l’ennesimo bacino idrico per l’innevamento programmato si parla spesso di multifunzionalità. La realtà sembra un’altra. È così?

B. – La multifunzionalità è importante da perseguire, specialmente in vista del cambiamento climatico. Ad esempio, un bacino per la neve programmata, se ideato e costruito veramente come multifunzionale, potrebbe essere utilizzato anche d’estate per la prevenzione degli incendi o per l’approvvigionamento idrico a valle o per usi agricoli, ricreativi e per la fauna selvatica. Tuttavia, ciò non sempre è possibile a causa di vincoli tecnici, come la collocazione di questi bacini in zone di alta montagna senza rilevanti fabbisogni idrici per altri usi, costi più elevati oppure normative che limitano l’uso dell’acqua per altri scopi.

Un’altra applicazione della multifunzionalità è nel turismo. Un esempio positivo è il lago di Montagnoli a Madonna di Campiglio, un bacino artificiale apprezzato anche esteticamente. Tuttavia, ci sono problematiche legate alla sicurezza e alla qualità dell’acqua, come il rischio per i bagnanti o la necessità di vietare l’accesso agli animali per evitare contaminazioni in quanto l’acqua usata per l’innevamento deve essere di buona qualità.

Un ulteriore punto riguarda il recupero dell’acqua, particolarmente rilevante con il cambiamento climatico che provoca eventi piovosi intensi. Recuperare immediatamente l’acqua derivante dalle forti piogge e immagazzinarla potrebbe offrire una risorsa pronta per la produzione di neve programmata. Questo sistema richiede però acqua di alta qualità, spesso difficile da ottenere a causa della torbidità dei torrenti, e infrastrutture adeguate alla raccolta dell’acqua.

Pratiche positive sulla multifunzionalità includono anche aspetti energetici. Alcuni comprensori sciistici hanno integrato sistemi di cogenerazione di energia elettrica negli impianti di tubature per l’approvvigionamento idrico. Inoltre, i bacini per la neve programmata possono essere utilizzati per alimentare mini centrali idroelettriche, contribuendo così a ridurre l’impatto energetico delle stazioni sciistiche grazie ad una visione integrata del recupero energetico.

 

RdN – Attualmente sono sempre più richiesti grandi bacini di raccolta per assecondare le esigenze tecniche d’innevamento. Quali effetti comporta su suolo e assetto idrogeologico un bacino di grandi dimensioni rispetto a quelli di minor volume?

B. – Su questo argomento, devo ammettere di non avere competenze specifiche. Tuttavia, riconosco che esiste un problema analogo a quello che riguarda la scelta tra numerose piccole centrali idroelettriche e pochi grandi bacini. Da un lato, avere poche grandi infrastrutture efficienti può sacrificare determinate porzioni di territorio, ma lascia libere da impatti altre aree molto più ampie, pur comportando potenzialmente maggiori rischi locali. Dall’altro lato, avere molte piccole centrali sparse distribuisce l’impatto territoriale su una vasta area. Entrambe le strategie presentano vantaggi e svantaggi e devono essere valutate attentamente.

In generale, la costruzione dei bacini dipende molto dall’impatto economico e dal giro d’affari delle stazioni sciistiche. Grandi comprensori sciistici dispongono di ingenti capitali e capacità di lobbying e anche piccole comunità di montagna compatte, che vivono di turismo sciistico, credono nei benefici dei bacini. Queste opere vengono, quindi, costruite senza grandi obiezioni, anche in aree ambientalmente delicate. In piccole stazioni sciistiche che dispongono di minori capitali o in realtà legate a comunità che non vivono di solo sci la loro realizzazione è più controversa (come sta avvenendo recentemente in Trentino per il bacino sul Bondone).

In vista del cambiamento climatico in atto, ci sono dei forti dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di investimenti su questo fronte. Per questo la loro realizzazione deve essere valutata attentamente attraverso una analisi dei costi ambientali e dei benefici economici e sociali.

 

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