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Cattività significa prigionia e, troppo spesso, sofferenza

Cattività significa prigionia e, troppo spesso, sofferenza

Ermanno Giudici Ermanno Giudici 29 Mag 2019

Da millenni l’uomo ama circondarsi di animali: da guardare, da ascoltare, da usare per incutere timore oppure per stupire.
Nell’antichità i potenti amavano possedere le fiere, quelle che si definivano bestie feroci, in parte per il piacere di esibire animali poco conosciuti ma, in gran parte, per dimostrare la loro superiorità, la capacità di dominare la natura e di poter vincere lo spirito dei leoni o delle aquile. La volontà di dominare e sottomettere è, purtroppo, una caratteristica umana, forse la peggiore, quella che ci ha fatto avvicinare spesso a baratri senza fine.

Oggi la cultura è cambiata e lo sono anche le norme, almeno nel nostro paese, dove da molti anni è vietato ai privati di tenere animali definiti come “pericolosi per la salute e l’incolumità pubblica”. Un divieto inserito nella legge che in Italia ha recepito la CITES, meglio conosciuta come “Convenzione di Washington”, un trattato interplanetario per la conservazione delle specie animali, ma anche vegetali, minacciate di estinzione. Così dalla metà degli ’90 sono spariti dai negozi di animali i cuccioli di grandi felini, come leoni e tigri, o le scimmie che erano vendute in gran numero, insieme a tante altre specie ora fortunatamente vietate.

Prigionia legale

Questo però non impedisce che ci siano tantissimi animali selvatici, anche se molti sono riprodotti in ambiente controllato e non più prelevati in natura, costretti a vivere nelle nostre case come prigionieri. Una detenzione perfettamente legale certo, fino a quando non supera i limiti di tutela che la legge riconosce agli animali. Una condizione questa che però è quasi sempre poco rispettosa delle esigenze di ogni singola specie.

Poche persone si chiedono, anche quando decidono di avere un cane o un gatto, se in effetti saranno in grado di tenerli in condizioni che possano garantir loro un’esistenza serena, che dipende da tanti fattori, quasi tutti legati al nostro comportamento. Ma se per un cane le necessità sono più comprensibili e limitate, quelle di altre specie animali sono più complesse.

La smania di possedere

Un cane è un animale che vive con l’uomo da millenni, è un animale domestico al quale dobbiamo dare tempo, amore, cure e una corretta alimentazione. Comportamenti e azioni che possono sembrare talmente scontate da essere considerate banali, ma non è sempre così nemmeno per il più fedele amico dell’uomo. La smania di possedere molte volte porta le persone a preoccuparsi di più nel soddisfare i propri bisogni di quanto non pensino a occuparsi delle altrui necessità, e non si parla solo di quelle degli animali con cui dividono la vita, ma spesso anche delle relazioni che coinvolgono i nostri simili. Così succede con frequenza che anche i cani, passato l‘entusiasmo iniziale, finiscano per essere relegati in spazi angusti, tenuti da soli nei cortili o sui balconi, portati fuori raramente e, soprattutto, non fatti socializzare. Quest’ultima mancanza potrebbe sembrare poco rilevante, ma non lo è per un cane che è un animale di branco, sociale e socievole, che ha necessità di avere relazioni, con il suo tutore umano ma anche con i suoi simili. Con i quali interagisce un po’ come faremmo noi, incontrando i nostri amici dopo qualche tempo.

C’è differenza tra un cane e un’altra specie?

Se queste attenzioni mancano nei confronti dei cani, gli animali con i quali gli uomini sono abituati a vivere e convivere da tantissimo tempo e con i quali si è creato un rapporto speciale, unico, ci si può immaginare cosa possa succedere nei rapporti fra uomini e specie molto più lontane da noi e meno conosciute. Qualcuno pensa che la maggior parte degli acquirenti di un criceto si chieda quali siano i suoi bisogni, le cosiddette necessità etologiche proprie della specie, prima di acquistarne uno?

Ragionevolmente la risposta è no, soltanto perché l’assunto che genera questa negazione è dato dal fatto di essere disponibile in un negozio: se lo vendono vorrà dire che può stare bene con noi, nella sua gabbietta, con la sua ruotina dove si potrà sgranchire le zampe, una sorta di palestra personale. La realtà però è differente per due motivi: non tutti gli animali che possiamo trovare in un negozio saranno felici di vivere con noi e, in secondo luogo, la necessità fondamentale di ogni essere vivente non è (solo) quella di sopravvivere ma, anche, di poter svolgere quei comportamenti che gli derivano dall’evoluzione. Certo non basta poter stare in casa o essere nati in cattività per essere considerati domestici: spesso noi confondiamo sopportazione, addestramento, condizionamento da cibo come se fossero i prodotti di una domesticazione, in realtà mai avvenuta. Non si deve credere che la sola convivenza, peraltro forzata, possa sostituire millenni di rapporti, trasformando, ma solo nel nostro immaginario, un pappagallo o un criceto in un animale domestico. Nella realtà entrambi resteranno in primo luogo “prede”, che è quello che sono in natura, conservando l’ancestrale paura nei confronti dei predatori, fra i quali vi siamo anche noi. Senza dimenticare che in natura ogni specie ha comportamenti, abitudini alimentari, necessità, che ben difficilmente possono essere garantite in cattività e che, comunque, ancor meno abbiamo voglia di dar loro, a cominciare dal cibo.

Sopravvivere, non vivere

Secondo voi un pappagallo, che in natura ha una varietà di alimenti incredibile, sarà contento e in salute con la busta di semi che il negoziante ha consigliato quando è stato acquistato? Vivrà o trascorrerà la sua esistenza sopravvivendo? Certo il cibo gli garantirà l’esistenza in vita, ma questa non è sufficiente a poter dire che un animale in cattività sia in equilibrio con il mondo che lo circonda, si trovi in uno stato di benessere. Che non è rappresentato dall’esistenza in vita e nemmeno dalla durata della vita, che troppe volte viene presa come indicatore di benessere. Una vita lunga in cattività potrebbe non essere affatto un vantaggio ma, più semplicemente, rappresentare una condanna che preveda l’assenza di un fine pena. Come diceva il grande poeta Ungaretti in fondo, e nemmeno troppo, “la morte si sconta vivendo”.

Empatia verso tutte le specie

Per questo dobbiamo imparare ad avere empatia e rispetto verso gli animali chiedendoci sempre, e preventivamente, se possiamo creare con loro un rapporto biunivoco in grado di mantenere entrambi in uno stato di benessere. Che va valutato secondo parametri obiettivi e non con luoghi comuni emotivi come “ma io lo amo tantissimo”. Questo sentimento sarà anche reale ma, nella maggioranza dei rapporti che riguardano gli animali non convenzionali, potrebbe non essere biunivoco. La cattività degli animali che chiamiamo da compagnia spesso è la più crudele e ingiustificata forma di prigionia e di sofferenza, quella che potremmo evitare di infliggere con un pizzico di attenzione in più e senza fatica. Liberiamo, in senso metaforico, gli animali dalla prigionia, iniziando a non far vivere con noi tutte quelle specie che hanno necessità di essere custodite in gabbie, teche, terrari. La vita va rispettata, non posseduta.

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