di Mariangela Corrieri
Presidente Associazione Gabbie Vuote ODV Firenze
L’aria del Paradiso è quella
che soffia tra le orecchie di un cavallo.
(Proverbio arabo)
Il cavallo (Equus caballus) che da millenni ci aiuta a coltivare i campi, trasportare merci e persone, usato per la pet therapy, sfruttato per giochi, sport, alimentazione e… guerre. Ma in realtà questo incredibile animale ama passare del tempo a rilassarsi, pascolare e godersi il sole.
È stato addomesticato circa 4.700 anni fa in una regione della Russia situata alla confluenza tra i fiumi Volga e Don e da lì si è diffuso nel resto del continente.
Tra gli animali che popolano la nostra Terra, il cavallo è sicuramente uno dei più armoniosi e affascinanti. È pacifico, socievole e molto affettuoso non solo con i suoi simili ma anche con gli esseri umani. È anche molto intelligente, agile, sensibile, altruista, comunicativo, versatile.
Il cavallo è un animale fiero, delicato, nobile, dalla bellezza straordinaria. Molti sono gli aggettivi che possiamo utilizzare per classificarlo.
Per l’eleganza e la forza che ha dimostrato nei secoli, l’uomo lo ha scelto come compagno fidato e lo ha allevato selezionando le caratteristiche più adatte.
Ogni cavallo ha una propria personalità, esattamente come noi umani: ci sono, infatti, cavalli pigri, insofferenti, generosi, diligenti, curiosi, testardi… ma… per noi è sempre un amico.
Pur essendo un animale addomesticato da molto tempo, la sua natura selvaggia non si spenge, rimane parte integrante del suo animo e del suo carattere.
Ama destinare la sua attenzione ai suoi simili, ma è curioso anche nei confronti di altre specie che non reputa pericolose. Tra queste anche l’uomo, con il quale ha stabilito un patto millenario di alleanza. Il cavallo possiede sensi molto sviluppati e, tra questi, la capacità di captare e prevedere situazioni di pericolo. Ha una vita media variabile dai 25 ai 30 anni; più raramente supera i 40 anni di vita.
Come per tutti i mammiferi, anche per il cavallo è fondamentale il rapporto con la madre che è attaccatissima al suo puledro e lo difende da tutti gli intrusi, compreso l’uomo. La nascita avviene all’interno del branco e le altre femmine fanno cerchio intorno alla partoriente. Poi il piccolo viene accudito assiduamente non solo dalla madre, ma anche dalle “zie”, che la aiutano e le permettono di pensare un po’ a sé, per esempio di mangiare in tranquillità.
Purtroppo il cavallo è nelle mani dell’uomo e l’uomo, non soltanto lo tratta come un amico ma anche lo usa, lo sfrutta e, nonostante sia stata richiesta da tempo, nessuna legge lo ha inserito tra gli animali d’affezione per rompere quell’ambiguità che lo vede sia come amico che come carne da macello.
A prescindere delle “fattorie del sangue” (dove le cavalle vengono mantenute costantemente incinte per prelevarne sangue fino a 10-12 litri ogni volta a settimana, con grande sofferenza, per ottenere l’ormone PMGS che viene poi iniettato nelle scrofe giovanissime per indurre artificialmente – e anticipatamente – il calore e ottenere una riproduzione più veloce e controllata); o a prescindere dalle carrozzelle cittadine sotto il sole e la pioggia per lunghe ore sottoposto a privazione sensoriale; o dai palii dove molti cavalli muoiono nella corsa folle: i cavalli si allevano anche per scopi quali il tempo libero e l’equitazione ma, nella maggior parte dei casi, quando subiscono inevitabili fratture o altre ferite durante le gare e le sagre popolari, quando invecchiano o quando semplicemente non fanno il loro lavoro, vengono spediti al macello per la loro carne (il dato più alto in Europa),
Nei paesi di lingua anglosassone come Inghilterra e Stati Uniti e quelli che hanno subìto la dominazione inglese come India e Australia, il consumo di carne di cavallo rappresenta un vero tabù culturale, anche se migliaia di animali vengono comunque macellati a scopo di esportazione.
La carne di cavallo è vietata anche in Argentina e Brasile.
Nell’ippica il fine commerciale regna sovrano. Negli allevamenti i cavalli sono trattati ignorando le loro esigenze etologiche: spesso vengono strappati troppo presto alla madre, allenati e messi in pista a 2 anni, corrono per altri 3-8 anni a seconda della disciplina e poi vengono “dismessi”, per essere sostituiti da altri allevati appositamente.
Passano la vita in una scuderia, isolati dal punto di vista sociale, spesso confinati per gran parte della giornata in un box troppo piccolo mangiando solo due volte al giorno (invece che per tutta la giornata come farebbero in libertà considerando che sono erbivori).
Non solo: non poter eseguire determinati comportamenti che fanno parte del repertorio naturale porta all’insorgenza di uno stato di frustrazione che può sfociare in disturbi del comportamento e depressione, sviluppo di stereotipie come il cosiddetto “ticchio di appoggio” (appoggiare gli incisivi superiori sulla staccionata), il ticchio aerofagico (aspirare continuamente aria), fare il “ballo dell’orso” (girare in cerchio, battere continuamente il terreno con una delle zampe anteriori) e così via.
Noi pensiamo che gli animali non abbiano sentimenti, ma li hanno, che non abbiano coscienza, ma l’hanno (Dichiarazione di Cambridge e di New York), che non abbiano relazione con i propri simili, che non provino dolore fisico e psicologico come lo proveremmo noi… ma non è così. Anche il cavallo non sfugge al dolore e allo sfruttamento.
Solo la conoscenza di questo stupendo animale ci spingerebbe ad amarlo e rispettarlo permettendo alla sua vita di svolgersi secondo le proprie esigenze etologiche. In breve, occorre “conoscere per amare”. Repetita iuvant.
Finché non avrete amato un animale,
la vostra anima resterà assopita.
(Anatole France)
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