Il rispetto delle regole deontologiche, come in tutti i campi dell’informazione, è ovviamente fondamentale per una comunicazione in ambito scientifico che sia seria e precisa, e quindi credibile.
Tuttavia, comunicare la scienza, considerando non solo la vastità della materia ma anche i differenti approcci ed i conseguenti linguaggi che inevitabilmente devono essere adottati (sia nei confronti delle fonti, sia verso l’utenza finale), non è qualcosa che può avvenire in modo omogeneo. Raccontare le ultime scoperte nel campo della robotica o dei semiconduttori è molto diverso dall’approfondire e comunicare le tematiche legate alla distruzione di una foresta o alla diffusione del lupo in Italia.
Coinvolgente, ma scientificamente attendibile
In particolare raccontare in modo coinvolgente ma anche preciso e “scientificamente attendibile” la cosiddetta biodiversità, ovvero la natura in tutte le sue infinite sfaccettature, è un impegno estremamente complesso e non privo di rischi. Almeno per chi intende farlo in modo corretto e professionale.
Vi è, cioè, una specificità della comunicazione degli aspetti biologici rispetto a quelli tecnologici.
Si tratta infatti di raccontare dei sistemi complessi, per loro intrinseca natura in continuo mutamento ed evoluzione non solo dal punto di vista temporale, ma anche delle relazioni.
Quando parliamo di una specie e ancor di più di un ecosistema, non abbiamo mai a che fare con un soggetto statico che ha un inizio o una fine, come può essere un razzo o una seppur complessa tecnologia, ma con qualcosa i cui stessi confini solo labili, sfrangiati o addirittura mutevoli, anche in base a come vengono percepiti dall’esterno, che sia un ricercatore, un giornalista o un lettore.
Una palude per un airone sarà il suo habitat vitale; per un ornitologo un affascinante ambiente dove svolgere i suoi studi e vivere, dunque, “sul campo” il lavoro che lo appassiona; mentre per un lettore potrà essere lo scenario di interessanti articoli in cui identificarsi oppure un luogo sgradevole pieno di zanzare il cui solo pensiero lo allontanerà da ogni desiderio di lettura.
E il giornalista scientifico deve approfondire e interpretare tutto ciò, compresi i diversi punti di vista dei protagonisti, le loro relazioni, individuarne le parti più interessanti e originali e trasferirle all’esterno con un linguaggio accattivante e comprensibile.
La visione atropocentrica
Il tutto rimanendo consapevole di un altro problema: il nostro naturale antropocentrismo.
Ovvero del fatto che ogni specie, come è normale che sia, è specie-centrica. Il cane ha una visione del mondo cinocentrica, il cavallo è ippocentrico e l’Uomo… antropocentrico.
Niente di strano, se non il fatto che noi siamo l’unica specie sul Pianeta che ha l’interesse e forse la presunzione di raccontarne infinite altre. Cioè vogliamo raccontare la vita e il punto di vista per esempio di un orso (di cui pensiamo di sapere qualcosa) ad altri esseri umani, cercando però allo stesso tempo di essere democratici, precisi, competenti.
In realtà, noi dell’orso, anche sentendo i migliori specialisti del mondo, ne sapremo sempre poco. Ovvero, pur con tutta la buona volontà avremo un’informazione comunque sempre parziale, mediata da sensibilità e cervelli umani e non potremo mai intervistare o comunicare in modo sufficientemente esauriente con il diretto interessato.
Se poi un orso attacca e uccide un uomo, la situazione si complica, e di molto!
Come raccogliere, a questo punto, informazioni attendibili, dovendo inevitabilmente sentire “una sola campana”, quella dei parenti della vittima, dove le opinioni saranno permeate da un forte coinvolgimento emotivo e, spesso, dell’ignoranza per esempio di tutti i comportamenti etologici dell’orso?
E come fare, volendo cercare di rappresentare anche il punto di vista dell’aggressore, considerando che le posizioni a favore dell’orso sono portate avanti da animalisti il cui approccio è in genere altrettanto emotivo, mentre i tecnici e i cosiddetti “esperti” possono dare pareri più oggettivi ma comunque forniti a distanza, senza conoscere sovente i luoghi e l’orso coinvolto?
Infine, vi è la nostra posizione personale. Anche volendo essere oggettivi e magari simpatizzando pure, sotto sotto per l’orso, siamo comunque umani che stanno raccontando dell’uccisione di un altro essere umano da parte di un’altra specie. Difficile rimanere del tutto distaccati!
La complessità della Natura
Situazioni che poi si complicano ulteriormente se ci troviamo a descrivere fenomeni ancora più complessi come quelli legati al funzionamento di ecosistemi, alle influenze di perturbazioni esterne, al loro grado di resilienza, ecc…
In tutti questi casi, dunque, credo che l’approccio deontologicamente più corretto ma anche quello giornalisticamente più efficace, sia il procedere innanzitutto con estrema cautela. Resistendo alla tentazione del consenso ottenibile con facili sensazionalismi e allo scrivere “di pancia”. Raccogliendo un surplus di informazioni, sentendo fonti diversificate da molteplici punti di vista (sociale, tecnico, istituzionale, ecc.) e soprattutto selezionandole secondo il grado di serietà e distacco emotivo. Consapevoli che le fonti non sono tutte attendibili, anche a parità di buona fede.
E imparando a riconoscere i nessi, i collegamenti tra i fatti descrittori. Si dice che un buon giornalista scientifico debba essere come un cartografo, capace di leggere le mappe e di usare la bussola. Ma se il cartografo non è mai uscito dal suo studio e non sa muoversi sul campo, riconoscendo i punti dove magari c’è il rischio di valanghe o di sabbie mobili, difficilmente arriverà sano e salvo alla meta.
Infine, nei nostri contributi dovrà emergere chiara la percezione di come non stiamo sottovalutando le tematiche naturalistiche, che non sono un fatto di costume (come spesso vengono descritte) né tantomeno delle questioni marginali o di contorno.
Secondo la stragrande maggioranza degli esperti la crisi mondiale della biodiversità è potenzialmente più critica della stessa crisi climatica. Per questo l’opinione pubblica andrà non solo correttamente informata, ma progressivamente dotata di tutti gli strumenti critici per rimparare progressivamente a leggere tali fenomeni il più possibile in autonomia.
Anche in questi casi è infatti sempre valido il noto proverbio cinese “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”.
E ricordandoci sempre, come scriveva Richard Bach, che l’essere ignota non impedisce alla verità di essere vera.
(Dall’intervento dell’autore all’Assemblea nazionale dell’Unione Giornalisti Italiani Scientifici – UGIS)
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