Senza che ce ne siamo nemmeno accorti, è arrivata l’estate. La pandemia, la fretta ordinaria, la burocrazia, le incombenze tecniche, le difficoltà di ciascuno: eppure le stagioni continuano, come sempre, e l’estate è arrivata. Implacabile, affascinante, divertente, emozionante, afosa, umida.
Dovremmo forse recuperare quei momenti di feste rurali che si compivano all’arrivo delle nuove stagioni, altrimenti perderemo sempre questi passaggi.
E durante l’estate emerge più che mai uno dei suoi protagonisti: il mare. Chi più, chi meno, tutti abbiamo un’idea del mare, ci piaccia o non ci piaccia frequentarlo. Sicuramente è un incontro suggerito a chiunque, perché almeno una volta nella vita vale la pena essere avvolti dall’acqua salata, percepire un altro elemento, così vasto; provare a nuotare dove non si tocca e sentire poi il piacere di toccare una volta giunti a riva.
Nel corso dei secoli il rapporto dell’uomo con il mare ha subito dei cambiamenti notevoli e tutto purtroppo sempre legato al dio denaro che, con il suo angelo business, corrompe l’animo umano, fino a fargli deturpare una realtà naturale che offre vita, anche se spesso è così terribile.
Senza soffermarsi sui problemi attuali come le isole di plastica o sul fatto che l’uomo ha sconvolto il corso dei mari con l’apertura di canali, pur di trarne un vantaggio economico, l’uomo e il mare da sempre si sono amati e odiati. Eppure, a volte, anche chi riceve sofferenze dal mare, ne porta rispetto. Amarlo e temerlo, forse è questo il segreto. Dietro all’idea di temerlo vi è il rispetto che si deve avere con lui, perché per quanto esperti, non si dovrebbe mai oltrepassare i limiti che il mare stesso impone, abusando della sua fiducia e della sua pazienza.
E quello che manca oggi è forse il rispetto che si deve a tutti gli elementi della Natura, nessuno escluso. Ma non si può gettare la spugna così, bisogna lottare, fare proprio come il mare, che implacabile continua a erodere gli scogli, onda dopo onda, senza arrendersi.
A questo proposito, proprio in questo periodo di vacanze al mare, diventa perfetta la riflessione di Joseph Conrad, un uomo che in mare ha trascorso molto tempo della sua vita. Si evince proprio questa ambivalenza del mare, a volte buono a volte crudele; generoso e avaro; generatore di vita o di morte. Eppure, se guardassimo tutto alla luce del suo imperscrutabile mistero, dell’immensità delle sue promesse e della suprema chimera dei suoi possibili favori, risulterebbe impossibile non amarlo, non rispettarlo e non difenderlo.
“Il mare, forse perché è salato, indurisce l’esterno dell’anima dei suoi servitori ma ne conserva dolce l’interno. Il vecchio mare; il mare di tanti anni fa, i cui servitori erano schiavi devoti che passavano dalla giovinezza alla vecchiaia, o ad un’improvvisa tomba, senza dover aprire il libro della vita, perché l’eternità la potevano vedere riflessa sull’elemento che dava la vita ed elargiva la morte. Come una donna bella e senza scrupoli, il mare di una volta quando sorrideva era magnifico, quando infuriato irresistibile, capriccioso, seducente, illogico, irresponsabile; una cosa da amare, una cosa da temere. Gettava un incantesimo, dava gioia e, cullando dolcemente, dava un senso sconfinato di fiducia; poi, con furia improvvisa e immotivata, uccideva. La sua crudeltà, però, era riscattata dal fascino del suo imperscrutabile mistero, dall’immensità delle sue promesse, dalla suprema chimera dei suoi possibili favori”.
Conrad, Un reietto delle isole




