In Sicilia, nel Pleistocene Medio (tra gli 800 e i 100 mila anni fa), vivevano degli elefantini nani, il Palaeoloxodon falconeri e il Palaeoloxodon mnaidriensis. Si tratta di due specie estinte, che derivano da uno stesso antenato comune continentale, il Palaeoloxodon antiquus, arrivato sull’isola a seguito di diversi episodi indipendenti di dispersione con successiva diminuzione della taglia corporea.
Il Palaeoloxodon falconeri (800-400 mila anni fa) è la specie di elefante più piccola fino a ora conosciuta, con una altezza al garrese di circa 1 m nei maschi adulti e 0,9 m nelle femmine. Nel Pleistocene Medio la Sicilia era probabilmente frammentata in isole più piccole e la fauna a mammiferi era estremamente impoverita.
Lo studio dei processi evolutivi
Ricercatori dell’Università di Padova e Zaragoza hanno indagato la dieta degli elefantini nani siciliani grazie all’analisi dell’usura dentaria prodotta dal cibo consumato e rinvenuta sui reperti fossili conservati al Museo della Natura e dell’Uomo (MNU) dell’Università di Padova.
«Si tratta di un risultato estremamente importante, che dimostra ancora una volta come le isole siano dei veri e propri laboratori naturali dell’evoluzione, perché in esse l’isolamento geografico e le variate condizioni ecologiche – risorse limitate, pressione predatoria ridotta o assente, e competizione ridotta o assente – forniscono le condizioni ideali per osservare e comprendere processi evolutivi che, nel più ricco e vario ambiente continentale, vengono talvolta oscurati» puntualizza Marzia Breda del Centro di Ateneo per i Musei dell’Università di Padova.
Elefantini pascolatori
Pubblicata su Papers in Palaeontolgy con il titolo “Feeding strategies of the Pleistocene insular dwarf elephants Palaeoloxodon falconeri and Palaeoloxodon mnaidriensis from Sicily (Italy)” la ricerca delle Università di Padova e Zaragoza sulle abitudini alimentari degli elefanti nani della Sicilia ha svelato che il Palaeoloxodon falconeri e il Palaeoloxodon mnaidriensis erano pascolatori: la loro dieta era basata su un alto consumo di materiale erbaceo abrasivo.

Faune associate a Palaeoloxodon falconeri (sinistra) e Palaeoloxodon mnaidriensis (destra). Pleistocene, Sicilia. © Simone Zoccante 2025
Analisi dei denti e abitudini alimentari
I ricercatori si sono concentrati sull’usura dentaria prodotta dal cibo consumato dall’animale per ricostruirne la dieta. Gli studiosi si sono chiesti se gli animali prediligessero la vegetazione erbacea tendenzialmente più abrasiva (pascolatori) oppure più tenera e nutriente come foglie, frutti e germogli (brucatori) o ancora se avesse una dieta mista.
«In questo studio abbiamo condotto per la prima volta un’analisi della dieta delle due specie nane utilizzando due tecniche di analisi dell’usura dentaria: quella della microusura (microwear) e della mesousura (mesowear). Il risultato più interessante è la convergenza in termini di dieta dei due elefanti in risposta a diverse pressioni ecologiche» spiega Marzia Breda.
Le collezioni storiche hanno ancora tanto da raccontare
«Questo studio dimostra come il MNU non sia solo un moderno centro espositivo e didattico, ma anche un vivo laboratorio di ricerca. Si tratta ancora una volta di nuovi studi su vecchi esemplari, fossili che, nonostante facciano parte delle collezioni storiche, hanno ancora tanto da raccontare e mantengono quindi un alto valore scientifico. Il nostro compito è preservarli per le generazioni future» conclude Fabrizio Nestola, Presidente del Centro di Ateneo per i Musei e Direttore del Museo della Natura e dell’Uomo.
Il ritrovamento di un altro elefantino nano del Pleistocene
Nel Siracusano, a Fontane Bianche, sono stati scoperti i resti di un esemplare di Paleoloxodon mnaidriensis risalente a 200mila anni fa.
A segnalare il ritrovamento di un affioramento di diversi resti di macrofauna vertebrata della specie estinta (Adams, 1874) è stato Fabio Branca, geologo dell’Università di Catania, afferente all’Area della Terza Missione.
Le osservazioni in affioramento – da parte dell’archeologa Gabriella Ancona e del geologo Luigi Agnone della Soprintendenza Beni culturali e ambientali di Siracusa, del prof. Rosolino Cirrincione, direttore del dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Catania e della prof.ssa Rosanna Sanfilippo, docente di Paleontologia e Paleoecologia dello stesso dipartimento – hanno permesso di attribuire i resti alla specie estinta Paleoloxodon mnaidriensis.
L’interesse paleontologico dell’area nord-iblea è solo una delle peculiarità di un’area fortemente interessata anche da altri fenomeni che la rendono interessante sotto il profilo geologico-ambientale: processi carsici diffusi hanno, per esempio, portato alla luce grotte di pregio naturalistico, su tutte la Grotta Monello, Riserva Naturale Integrale dal 1998.
Approfonditi studi saranno avviati nei prossimi mesi, anche grazie a specifici accordi di collaborazione tra la Soprintendenza di Siracusa e l’Università di Catania, tramite il dipartimento Dsbga e l’Area della Terza Missione.
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