Il fiordo artico Kongsfjorden è un’insenatura collocata sulla costa occidentale di Spitsbergen, l’isola più grande dell’arcipelago delle Svalbard, in Norvegia. Lungo circa 26 chilometri e largo fra i 6 ai 14 chilometri, ha punti che raggiungono una profondità di 220-250 metri.
Circondato da montagne ripide, tundra e diversi ghiacciai, tra cui il maestoso Kronebreen e il Kongsvegen che sfociano direttamente nel fiordo, Kongsfjorden si trova al confine tra le zone biogeografiche atlantica e artica, il che si traduce in una ricca combinazione di flora e fauna artiche e atlantiche.
Le problematiche ambientali che riguardano quest’area di biodiversità sono, purtroppo, sempre le stesse:
- inquinamento – recenti studi hanno rilevato la presenza di tracce di cosmetici e farmaci nelle acque del fiordo, probabilmente originari dalle attività umane locali e dal trasporto a lunga distanza. Sono stati trovati anche microplastiche e metalli pesanti nei sedimenti;
- cambiamenti climatici – il fiordo è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici, con un aumento delle temperature dell’acqua e una riduzione della copertura di ghiaccio marino, che influenzano la vita marina e gli ecosistemi;
- trasporto di contaminanti – i fiumi che sfociano nel fiordo trasportano contaminanti provenienti dallo scioglimento dei ghiacciai e dal deflusso terrestre.
Il fiordo è inquinato
Kongsfjorden raffigura dunque, un ambiente artico di grande valore scientifico e naturalistico, la cui protezione è cruciale di fronte alle crescenti pressioni ambientali.
Uno studio coordinato dall’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche, con la partecipazione dell’Università Sapienza e dell’Istituto norvegese Sintef Ocean, ha rilevato la presenza di farmaci e prodotti per la cura personale nelle acque del fiordo artico Kongsfjorden, alle isole Svalbard.
La conservazione degli organismi acquatici che abitano questo peculiare ecosistema marino è, sul lungo periodo, in grave pericolo. I risultati sono stati pubblicati su Science of The Total Environment.
Lo studio, che potenzia una ricerca sui sedimenti marini artici realizzata nel 2024 dallo stesso gruppo di ricercatrici, ha rilevato tracce di antibiotici, antipiretici, ormoni, antinfiammatori, antiepilettici, stimolanti, disinfettanti, caffeina e repellenti per insetti, sia in mare che nelle acque reflue originarie dalle basi di ricerca internazionali a Ny-Ålesund, determinando fonti e distribuzione nell’ecosistema marino.
«Questi composti hanno mostrato un’elevata persistenza nell’ambiente marino, acutizzata dalle condizioni artiche che rallentano i processi di degradazione naturale. Eseguendo una valutazione del rischio ecologico, abbiamo scoperto che la miscela di questi contaminanti può compromettere la salute degli organismi acquatici a diversi livelli della catena trofica, alterando le funzionalità del sistema endocrino e ormonale, con un potenziale aumento della resistenza agli antibiotici. La distribuzione spaziale e temporale dei composti ci ha fatto capire che, oltre all’afflusso proveniente dalle emissioni locali, il trasporto oceanico e atmosferico contribuisce alla confluenza di questi contaminanti nel fiordo» dichiara Jasmin Rauseo, ricercatrice del Cnr-Isp.
Un rischio per la biodiversità
La presenza di questi contaminanti è dovuta anche alla carenza di sistemi di trattamento delle acque reflue adeguati, mentre la stabilità ambientale dei contaminanti è favorita dalle basse temperature e dalla scarsa luce solare. «Queste evidenze mostrano il potenziale rischio a lungo termine per gli ecosistemi artici e, conseguentemente, per le popolazioni locali. L’Artico sta attualmente affrontando sfide ambientali legate alla presenza di nuovi inquinanti, nei confronti dei quali non sono state ancora adottate misure di contenimento a livello mondiale. Per questo motivo, è urgente intensificare i programmi di monitoraggio, dando priorità a studi che possano contribuire a promuovere politiche globali per limitare la contaminazione dei mari artici, salvaguardandone la loro biodiversità, così unica e fragile» conclude Luisa Patrolecco, ricercatrice del Cnr-Isp responsabile del gruppo di ricerca.
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