Il Mediterraneo celebra un traguardo fondamentale per la salvaguardia della biodiversità. I risultati finali del progetto LIFE Strong Sea (Survey and Treatment of Lost Fishing Gear Networks) – finanziato dal Programma LIFE Natura e Biodiversità dell’Unione Europea – delineano il successo di un’iniziativa avviata nel dicembre 2021 che ha saputo unire ricerca scientifica, tecnologia e impegno operativo.
“The Phantom Catch”: il racconto di un’impresa
Qualche settimana fa è stato presentato in anteprima il documentario The Phantom Catch – Il grande problema delle reti fantasma, diretto da Igor D’India. La pellicola racconta il viaggio lungo cinque anni di ricercatori e sommozzatori per liberare il Mediterraneo da oltre 22 tonnellate di attrezzi persi in mare.
«Il progetto LIFE Strong Sea testimonia l’impegno concreto di ISPRA nella tutela della biodiversità marina. Il documentario non rappresenta soltanto un momento di grande valore per la comunità scientifica, ma anche un incentivo per le giovani generazioni», racconta Maria Alessandra Gallone, Presidente ISPRA e SNPA.
I numeri del successo
Il bilancio dell’iniziativa evidenzia traguardi straordinari nella pulizia dei fondali. Grazie a oltre 180 segnalazioni di strumenti dispersi, il gruppo ha rimosso 156 attrezzi attraverso 24 operazioni di recupero mirate. Complessivamente, sono state liberate dal mare oltre 22 tonnellate di materiali, tra cui reti da posta, reti a strascico, nasse e palangari.
Gli interventi si sono concentrati a profondità variabili tra gli 8 e i 40 metri. Un dato scientifico di grande rilievo riguarda la biodiversità: le analisi sugli attrezzi recuperati hanno permesso di identificare ben 89 specie diverse, suddivise in 50 gruppi biologici. È emersa una netta predominanza di crostacei (30%), seguiti da alghe e organismi incrostanti, a conferma di come questi rifiuti vengano progressivamente colonizzati dalla vita marina nel corso del tempo.
Il cuore operativo del progetto Strong SEA LIFE batte per la protezione di due tesori inestimabili del Mare Nostrum: le praterie di Posidonia oceanica e gli ecosistemi coralligeni. Si tratta di habitat “prioritari” per l’Unione Europea, fondamentali non solo per la biodiversità e il ciclo del carbonio, ma anche per la stabilità stessa dei nostri fondali e delle coste.
Una mappatura high-tech tra sonar e sommozzatori
Per scovare le reti fantasma è stata introdotta un’articolata strategia di mappatura: 90 transetti effettuati con tecnologie Side Scan Sonar e Multibeam, supportati da oltre 250 ore di riprese video subacquee e l’impiego di ROV (Remotely Operated Vehicle).
Il braccio operativo ha visto i ricercatori dell’ISPRA scendere in profondità insieme ai sommozzatori della Polizia di Stato. In totale, oltre 50 immersioni hanno permesso operazioni chirurgiche, come quella, particolarmente complessa, avvenuta nel Golfo dell’Asinara, dove una mastodontica rete a strascico è stata rimossa dopo giorni di meticolosa preparazione.
Recuperare o inattivare: la scelta del male minore
Non sempre la rimozione è la soluzione migliore: laddove l’attrezzo è ormai fuso con l’ambiente, la squadra ha scelto l’inattivazione, tagliando e neutralizzando le reti per evitare che continuino a “pescare” senza però danneggiare ulteriormente l’habitat circostante. Per monitorare la ripresa della vita marina, vengono effettuate circa 15 immersioni di controllo ogni anno nei siti più rappresentativi.
La vera svolta culturale è arrivata dalla banchina: gran parte delle segnalazioni è giunta dai pescatori locali. Questa collaborazione ha trasformato gli operatori del mare da potenziali responsabili a custodi attivi degli abissi.
Il successo logistico è confermato dai numeri dei punti di raccolta: a Porto Torres, un container dedicato è stato riempito con oltre 15 tonnellate di materiali, mentre a Golfo Aranci, su specifica richiesta della comunità locale e della Guardia Costiera, sono state già stoccate 7 tonnellate di vecchie reti.
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