California, Canada, Grecia, Macedonia, Albania, Spagna, Amazzonia, Siberia, Egitto, Turchia, Italia: la lista dei territori stravolti dagli incendi e da fenomeni meteorologici estremi si allunga inesorabilmente, ed è legata agli effetti imprevedibili della crisi climatica in corso. Molti Stati stanno scommettendo sulla creazione di nuove foreste per contrastare questi cambiamenti, ma è la qualità – e non la quantità – e la gestione di queste aree che potrebbe fare davvero la differenza.
L’esempio della Riserva della Biosfera Maya
Anche se i fuochi a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi e anni non hanno nulla a che fare con quelli di origine naturale (anzi, si stima che per il 75/90% si tratti di atti di origine dolosa), è corretto iniziare questa analisi ricordando due aspetti fondamentali: il fuoco è un elemento centrale nell’evoluzione e mantenimento degli ecosistemi, e l’uomo ha da sempre giocato un ruolo determinante nel piegare questi fenomeni alle proprie esigenze.
Gli incendi colpiscono naturalmente gli habitat, aiutando la rigenerazione del suolo e della vegetazione; acuiti dalla crisi climatica, questi fuochi però bruciano più a lungo, provocano più danni ed entrano più in profondità nel suolo, causando ferite da cui la natura si riprende con tempi sempre più lunghi. L’altro fattore preoccupante è quello relativo alle emissioni: secondo il servizio europeo di monitoraggio dell’atmosfera Copernicus (atmosphere.copernicus.eu), lo scorso agosto è stato segnato un nuovo record per le emissioni globali derivanti dagli incendi boschivi, con 1,3 gigatonnellate di anidride carbonica rilasciata in atmosfera come risultato degli incendi che hanno interessato il Nord America e la Siberia.
Negli ultimi tempi molti Stati hanno deciso di portare avanti ambiziosi progetti di riforestazione, e alcune pubblicazioni hanno sottolineato l’opportunità di utilizzare queste ‘nuove foreste’ come strumento per la mitigazione degli impatti derivanti dai cambiamenti climatici, tra cui gli incendi. In un articolo del 2019 per esempio, Science ha ipotizzato che aggiungere 1 miliardo di ettari di foresta agli attuali 4 potrebbe rimuovere quasi due terzi delle circa 300 gigatonnellate di carbonio che l’uomo ha immesso in atmosfera dal 1800 a oggi. Questo approccio ha sicuramente molti benefici, ma solleva altrettanti dubbi.
A partire da una questione oggettiva: lo spazio. Riservare nuove aree alle foreste si scontra con fattori come l’espansione delle città e l’aumento della popolazione mondiale, in un mondo che si appresta ad accogliere 8 miliardi di persone e in cui l’emergenza alimentare affligge quasi il 10% di esse. La seconda considerazione è in merito ad un latente paradosso: le foreste possono essere al contempo soluzione e causa dell’aumento di concentrazione di CO2 in atmosfera. Custodendo enormi stock di carbonio, queste aree sono capaci di immagazzinare 1/3 delle emissioni annuali derivanti dalle fonti fossili; se degradate o percorse da fuochi, rilasciano in pochi giorni o settimane l’enorme carico di carbonio assorbito in tempi lunghissimi, aggravando la situazione climatica.
Possiamo affermare quindi che non sempre avere più foreste è sinonimo di migliori condizioni, e aggiungere che se vogliamo veramente impiegare gli alberi come alleati contro il cambiamento climatico, dovremo necessariamente riappropriarci anche del concetto di gestione attiva, al fine di creare territori e comunità resilienti e in grado di adattarsi al mutare delle condizioni ambientali e climatiche. Un esempio di questo tipo di relazione viene da un progetto sviluppato da WWF, Boston Consulting Group e Forest Stewardship Council (FSC) in Guatemala e che ha coinvolto una rete comunitaria di circa 20 unità di gestione: la Riserva della Biosfera Maya (MBR). La Riserva è un complesso di aree protette che si estende su 21.602,04 km2, creata nel 1990 per garantire la conservazione del patrimonio naturale e culturale. L’accordo prevede il controllo di fattori ambientali (tagli illegali, monitoraggio della biodiversità), sociali (gestione dei livelli di benessere delle comunità locali) ed economici (prelievo di legna e altri prodotti forestali).
Mynor Hernández, membro di una delle cooperative che gestiscono le concessioni forestali MBR, ha sottolineato: “Il monitoraggio si basa su un principio che valuta misure di mitigazione in materia di prevenzione, apertura di strade e disboscamento illegale. Qui gli incendi boschivi praticamente non si verificano, e nei casi in cui sono divampati non si sono propagati grazie ai gruppi comunitari di controllo e prevenzione”.
I piani di prevenzione e gestione attiva hanno portato a risultati davvero notevoli in termini di conservazione – tassi inferiori all’1% di disboscamento illegale e valori di presenza di specie endemiche tra i più alti nel Paese – e fatto sì che meno dell’1% degli incendi che qui si sviluppano stagionalmente da Gennaio a Giugno e che ogni anno interessano circa 40.000 ettari abbiano colpito la Riserva. Questi risultati confermano quelli precedentemente riportati in alcuni studi condotti dal Programma regionale di ricerca sullo sviluppo e l’ambiente (PRISMA) e da Rainforest Alliance, e che hanno riscontrato un tasso di deforestazione e un’incidenza degli incendi significativamente inferiori all’interno delle concessioni forestali FSC rispetto alle altre aree della regione.
Certo, si potrà obiettare che le differenze tra le tipologie di bosco nel mondo non garantiscono che il “modello MBR” possa essere efficace anche in altri contesti; tuttavia, il successo ottenuto nella significativa riduzione degli incendi boschivi grazie alla gestione attiva e al monitoraggio è lo spunto per una soluzione che predilige la qualità degli interventi sulla quantità, e che potrebbe essere quindi replicata ad altre latitudini.






