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ELOGIO DEL CAMMINARE / 2

Esplorare a piedi rotte inconsuete

Esplorare a piedi rotte inconsuete
Lungo il Sentiero del Viandante, sulla sponda del Lago di Como. © Luca Casartelli/CC BY 2.0

Michele Mauri Michele Mauri 30 Gen 2022

Gli occhi di chi va a piedi hanno attenzione per i dettagli. Abbiamo visto nella prima puntata come tornare viandanti sia un modo per esplorare dentro noi stessi. Ma camminare è anche un modo per scoprire nuove realtà o guardare con occhi differenti ciò che già si conosce.

Fra Lombardia e Liguria si marcia lungo il Cammino della Rosa, dedicato a Sant’Agostino. Secondo molti non ha nulla da invidiare al più noto Cammino di Santiago de Compostela, l’itinerario culturale numero uno dell’Europa, o alla via Francigena.

Nato da un’idea di Renato Ornaghi, ingegnere monzese dai mille interessi, è già stato percorso da migliaia di pellegrini. Collega cinquanta santuari situati in sette province della Lombardia.

Si presenta a forma di rosa, con petali, foglie e gambo; la sua lunghezza è di circa 620 km. Si transita dalla Domus agostiniana di Rus Cassiciacum, dalle basiliche romaniche di san Pietro al Monte a Civate e San Pietro e Paolo ad Agliate, da Sant’Ambrogio e dal duomo di Milano, dalla Certosa e dalla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, dove è custodita la tomba del Santo.

In aggiunta c’è il tratto che porta da Genova a Pavia, 148 chilometri, lungo l’antica Via del Sale, per guidare i pellegrini liguri. Spiega il suo ideatore: «Il cammino può farlo anche un ateo, se vuole. Camminare crea i presupposti psicologici ideali per una riflessione ponderata, accende le idee. Deambulare equilibra i due lobi del cervello in un’operazione quasi automatica».

Lungo la sponda orientale del lago di Como, fra mulattiere e strade campestri, si dipana il Sentiero del Viandante, un tempo percorso da pastori e mercanti. La natura lo ha più volte interrotto, ma l’uomo lo ha sempre ripristinato. Con l’arrivo delle strade carrozzabili si è persa l’importanza di questa via di comunicazione, non si è mai smarrita invece la memoria di un itinerario che offre vedute meravigliose, singolarità geologiche e botaniche, testimonianze della fede e della cultura popolare. Lungo 40 chilometri, con un dislivello di 430 metri, va da Abbadia Lariana a Colico, toccando il suo punto più alto a 604 metri con il Monte Sparese.

© Kar Tr/shutterstock.com

La condizione itinerante

L’avventura del camminare, intesa come dimensione della dinamicità umana che allarga la mente e le dà forma, è uno dei temi cari da secoli a molti artisti e pensatori.

Affermava Pascal: «Notre nature est dans le muovement». Come a dire, l’uomo è un animale che ha bisogno di muoversi, per curare la solitudine e soddisfare il suo bisogno di crescita.

L’uomo moderno, invece, che per lo più vive in città, ha dimenticato come si cammina. L’abbandono di questo gesto naturale talvolta spinge a inventarsi viaggi alternativi.

L’esperienza del cammino, non solo nella sua versione interiore, ma intesa anche come fatica e confronto tra compagni di viaggio, è stata al centro dell’opera di Grabriel Marcel, scrittore e filosofo francese. Negli anni ’50 pubblicò una raccolta di saggi intitolata Homo viator. Inizia così: «Un ordine terrestre stabile si può forse instaurare solo se l’uomo conserva una viva coscienza della sua condizione itinerante».

Gabriel Marcel.

Un messaggio quanto mai attuale. C’è un’inquietudine, un’enigmaticità nella dimensione umana che non spetta alla scienza risolvere, e nemmeno alle religioni. È un mistero che viene riconsegnato a noi stessi, ma non per eternare conflitti, bensì per unirci in un percorso di avanzamento lento verso qualcosa che non conosciamo.

Certo, progredendo consolidiamo posizioni, acquisiamo certezze. Oggi però c’è bisogno di rivalutare l’insicurezza. Ecco, il cammino ci ripropone il piacere di andare vacillando, di vivere con incertezza alcuni motivi della nostra vita che non sappiamo risolvere.

In questo modo l’apprensione per il nostro destino non ci appare soltanto inevitabile, diventa salutare. C’è di più. Restando perennemente in cammino possiamo accettare e comprendere il peregrinare degli altri, anche di chi è in cerca di pane, scappa dalla miseria e dalla violenza.

Sbaglia chi crede che il cammino sia un’attività o una forma di viaggio che è prerogativa dei giovani. Negli anni adulti, quando si avverte l’avvicinarsi della vecchiaia, tutto si fa un po’ più interiore. È come se ciò che abbiamo raggiunto col nostro incedere frenetico si arrestasse dentro noi stessi e ci domandasse: e adesso? Adesso si ricomincia daccapo.

È a quel punto che possiamo e dobbiamo riprendere a camminare. Magari in modo diverso, non associato necessariamente a una vigorosa fisicità. Rimarrà anche l’esperienza della fatica, ma ad essa sapremo associare in forma più viva la nostra condizione itinerante, che vuol dire guardarsi intorno, deviare dal sentiero, chiedersi il nome di un fiore, odorare ciò che incontriamo, raccogliere un sasso che pure è uguale a tutti gli altri, avere un rapporto con ogni cosa che il tragitto ci propone. Fermarci quando ci pare. Procedere col bel tempo e col cattivo tempo. Senza meta.

 

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