Avevamo già tessuto le lodi alla pioggia, ma c’è sempre il tempo di leggere una poesia e se quest’ultima ci dipinge un quadro di questo elemento naturale tanto prezioso, i vantaggi sono più che raddoppiati.
Non si sa molto del poeta sardo Francesco Zedda (1907-1993) né è facile trovare sue notizie, ma non posso evitare di condividere un suo testo, dopo essermi imbattuto casualmente (ammesso e concesso che esista il caso) nell’acquisto di una sua opera in versi, Il cantico del mare, in cui parla del suo incontro con l’antica città sarda di Nora.
In una poesia, O pioggia, leggiamo un autentico inno alla pioggia che va oltre lo Spazio e il Tempo, sottolineando la fragilità umana e le sue speranze.
O pioggia
O pioggia che filtri nel sole
e brilli negli occhi celesti
di questo mattino d’aprile,
ti guardo t’ascolto ti sento
sul capo sul viso, ti tocco
com’arpa d’argento nell’aria;
o pioggia che tutto cancelli
con lungo languor musicale,
ti sento bagnarmi la mente
rigarmi i mattini defunti
e i sogni più cari e più belli
di questo mio tempo mortale;
o pioggia che porti rimpianto
con lungo languor musicale,
ti guardo t’ascolto ti sento
e intanto m’è caro pensare
che in altri mattini d’aprile
sotterra sentir ti potrò
sull’indice d’alberi in fiore
sul sasso di questa mia fronte
sull’erba di dolci pensieri
con lungo languor musicale
tessendo l’eterno mutare
di questo mio essere frale.
Quale miglior elemento se non la pioggia per risvegliare in noi la coscienza delle sensazioni e delle percezioni che essa suscita? La pioggia che bagna i nostri visi e i nostri corpi ci rimanda ad altro, è essa stessa un elemento allegorico che la Natura ha posto sulla nostra strada, affinché potessimo goderne e approfittarne, proprio come fa il poeta. La pioggia cancella ogni cosa e non deve essere per forza un’immagine negativa, poiché l’acqua cancellando purifica, pulisce, monda tutto quello che rende sporco e nocivo il nostro animo; per questo il poeta scrive ti sento bagnarmi la mente, perché non vi è solo una relazione fisica, ma si deve andare al di là, a tal punto che con un po’ di nostalgia il poeta scrive che la pioggia riga i mattini defunti / e i sogni più cari e più belli / di questo mio tempo mortale: qualcosa nel Tempo va perso, ognuno di noi, in cuor suo, è consapevole di questa perdita, che qualcosa ogni giorno ci lascia e si vincola al passato, non tornando più. Nonostante ciò, questa condizione dovrebbe aprirci gli occhi e la consapevolezza del nostro tempo mortale dovrebbe rendere la nostra vita più autentica, più vicina alla sua essenza, proprio perché gli attimi non si ripetono.
Nella parte conclusiva, la poesia sembra quasi suggerire che quando il poeta sarà tornato alla terra, potrà continuare a sentire la pioggia, la quale non cessa mai di tessere l’eterno mutare della nostra fragile esistenza, come dire che anche noi non potremo mai finire, ma saremo in continuo cambiamento: al di là di qualunque credo religioso si possa avere o di qualunque pensiero si abbia sul post mortem, l’idea che il nostro corpo possa riunirsi con la terra non è poi così distruttivo.
Sicuramente dobbiamo sottolineare tre verbi usati dal poeta per ben due volte, scritti di getto, senza virgole o congiunzioni: ti guardo t’ascolto ti sento. Ci soffermiamo su questa scelta poiché pensiamo non sia scontata; innanzitutto occorre cogliere il fatto che in questo modo Zedda riesca a coinvolgere tutto il nostro corpo ad un ascolto attivo della pioggia, non è solo una questione del senso del tatto, ma anche della vista e dell’udito (e potremmo anche aggiungerci l’olfatto). Insomma, un’esperienza sensoriale completa e profonda, suggeritaci proprio dal verbo finale, sentire. Non è per forza sinonimo di ascoltare; ascoltare davvero presuppone una concentrazione fisica e psichica notevole, da effettuare con tutte le particelle del nostro corpo. Solo in questo modo riusciremo anche a sentire, cioè percepire dentro di noi, fare nostra un’esperienza, sentirci dentro ad un elemento o, perché no, essere davvero empatici con ciò o chi ci circonda.
Il quadro dipinto da Francesco Zedda ha sicuramente attinto i colori da una tavolozza di autentica nostalgia della vita, passando attraverso le sfumature della fragilità umana, eppure, leggendo questo bagno di pioggia, ci si ritrova quasi ad assaporare qualcosa di prezioso e importante, tanto che il poeta, quando si ritrova a pensare che la pioggia si farà sentire anche quando la vita terrena sarà finita o mutata, specifica che questo pensiero gli è caro.
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