Come ogni estate il Mediterraneo brucia. Ma non tutto e non con la stessa intensità. A parità di latitudine e di condizioni meteoclimatiche, brucia più il Portogallo della Spagna o più la Grecia e la Turchia rispetto ai Balcani. Così come il Italia il fuoco divampa in Sicilia, Calabria e Sardegna molto di più che in Puglia o Basilicata. E gli incendi si sviluppano molto più nel nostro Meridione che al Nord.
Come è possibile?
Sembra quasi che il fuoco riconosca i confini amministrativi, di Stato o di Regione. A meno che ciò non confermi non solo il peso dell’origine antropica (dolosa o colposa) della gran parte degli incendi, ma ne sottolinea come gli effetti possono essere più o meno deleteri in rapporto soprattutto ai sistemi di sorveglianza e di pronto intervento, alle componenti organizzative più che a quelle ecologiche-ambientali.
Ovvero di come la causa delle fiamme non sia puramente meteoclimatica, ma connessa a diverse pratiche di amministrazione e sfruttamento del territorio.
È quanto emerge osservando il recente rapporto sugli incendi pubblicato dall’European State of the Climate 2023, sulla base delle immagini raccolte dal prezioso sistema dei satelliti della rete Copernicus.
Un quadro preoccupante
Sulla base della serie storica (ultimi 15 anni) di questi dati ottenuti per l’Italia, l’Associazione la Fenice Verde, una ONG siciliana impegnata nella lotta contro gli incendi boschivi e nella promozione di pratiche adattamento al cambiamento climatico, ha poi approfondito in particolare il tema per la Sicilia.
Ne emerge un quadro preoccupante ma molto chiaro: la Sicilia, rispetto al resto d’Italia, brucia di più, più spesso e in tutte le stagioni. Non è dunque solo una questione di clima, ma di una vera e propria strategia criminale, nonché di gestione del territorio, di intervento e soprattutto di mancanza di prevenzione.
Per esempio, analizzando i dati si è visto come gli incendi scoppiano spesso la sera, con picchi anomali alle ore 20 e tra le 24 e le 02, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dagli incendi accidentali, che solitamente divampano nelle ore più calde della giornata. Di notte, proprio quando le squadre dei vigili del fuoco magari stanno cambiando i turni e l’intervento scatta a rilento, con il fuoco che può propagarsi incontrollato fino all’alba, rendendo ancora più difficile la gestione delle operazioni di spegnimento.
Proprio come in Calabria e Sardegna quando tira vento, momento in cui tutti sanno che ci sarà maggiore probabilità di vedere partire gli incendi.
Questi dati suggeriscono un livello di premeditazione che va oltre la semplice negligenza o cause locali (es. procurarsi nuovi pascoli per le pecore). Gli incendi appiccati in questi orari e in queste condizioni meteo indicano una volontà deliberata di causare il massimo danno possibile, sfruttando le vulnerabilità operative e logistiche delle squadre di intervento. È un chiaro segnale di quanto possa essere sofisticata e maliziosa la mano dietro molti di questi roghi.
La l.n.353 del 21 febbraio 2000, il Decreto Legge n.120 del 8 settembre 2021 nonché molte leggi regionali cercano di scoraggiare questo fenomeno bloccando ogni attività produttiva o edilizia nelle aree bruciate e istituendo il catasto degli incendi. Tuttavia ciò non basta. Solo attuando una prevenzione capillare diffusa (es. con squadre dotate di mezzi leggeri di pronto intervento) e soprattutto premiando i responsabili della prevenzione in senso positivo (ovvero viene premiato chi controlla aree che non bruciano, rispetto alle zone dove invece vi sono incendi), sarà possibile contenere, almeno in parte, il problema.
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