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COLOMBIA – PRIMA PARTE

Giungla colombiana: non c’è solo l’Amazzonia

Giungla colombiana: non c’è solo l’Amazzonia
È una delle zone più piovose del pianeta. Qui gli esseri viventi hanno imparato a convivere con queste condizioni. Come la rana della foto, Dendrobates histrionicus, che cresce i suoi girini dentro i tranquilli calici delle bromelie. ©Francesco Tomasinelli

Francesco Tomasinelli Francesco Tomasinelli 21 Mag 2020

Gli abitanti della Colombia dicono che la loro terra ha soltanto due stagioni: quella in cui piove ininterrottamente e quella in cui piove “solo” durante il giorno.

Il primo periodo va da novembre ad aprile, mentre il secondo interessa il resto dell’anno, come nella gran parte della fascia equatoriale.

In questo caso, però, non ci stiamo riferendo alla celebre, e tradizionalmente umida, Foresta Amazzonica, che si trova nella porzione orientale dello stato sudamericano, ma al versante opposto, la striscia di terra compresa tra l’Oceano Pacifico e le Ande, le montagne più alte del Sud America.

Questa è una delle regioni colombiane meno frequentate dal turismo, già scarso in un paese che vede la sua reputazione rovinata dalla criminalità diffusa e dal traffico di droga.

I visitatori che arrivano in Colombia, infatti, preferiscono soggiornare lungo le coste caraibiche di Cartagena, affacciate sul Golfo del Messico e molto più vicine al classico stereotipo della spiaggia tropicale.

Il luogo più piovoso del Pianeta

Il versante lambito dal Pacifico, invece, è qualcosa di completamente diverso: una distesa di foreste lussureggianti che praticamente si gettano nelle onde dell’oceano, e di fiumi impetuosi, gonfiati da piogge torrenziali, dove per “torrenziali” si intende circa 10 metri di acqua all’anno, un valore così alto da far ipotizzare che questo sia il luogo più piovoso del pianeta.

Per dare un ordine di grandezza, basti pensare che in Italia le precipitazioni raramente sfiorano i 3 metri e che in Amazzonia si oscilla tra i 3 e i 6 metri, a seconda delle zone.

Con questa umida presentazione è facile capire perché quest’area sia un luogo davvero speciale.

Avventurandosi nella foresta, carica di tiepido vapore acqueo, si scopre che non esiste avvallamento dove non scorra un torrente, che a sua volta si tuffa in un corso d’acqua più grande e impetuoso, oppure direttamente in mare.

Tanta acqua vuol dire una vegetazione talmente lussureggiante da “divorare” quasi tutto, compresi gli scogli e le spiagge, un manto verdeggiante che scende fino alle onde per poi gettarsi in mare dopo aver assunto la forma di mangrovie.

Una veduta aerea del Parco Nazionale di Utria. ©Francesco Tomasinelli

Aguzzare l’ingegno

In questo habitat   trovano ospitalità organismi unici e sorprendenti, come la ranocchietta colorata della foto che apre questo servizio, il Dendrobates histrionicus. I suoi colori altro non sono che un avvertimento, dato che rosso e nero in natura significano pericolo.

Questo anfibio, infatti – come quasi tutte le specie del genere Dendrobates, diffuse in gran parte del Sud America – comunica ai potenziali predatori di essere fortemente tossico. Quest’arma di difesa è merito dei piccoli insetti di cui la rana si nutre e da cui ricava le tossine che poi vengono rielaborate e concentrate.

Ma un’altra curiosità, molto meno nota, caratterizza questo piccolo anfibio, presente principalmente nella fascia alta della giungla dove vivono anche le bromelie, piante epifite, ovvero che vegetano sugli alberi.

Poche ore dopo la deposizione delle uova, in micro pozze temporanee al suolo, nascono i girini e la madre deve individuare un luogo sicuro per farli crescere.

Nei torrenti che solcano i pendii è impossibile a causa delle forti correnti, così la rana si arrampica sugli alberi trasportando i piccoli uno per volta sulla schiena e li deposita nei calici delle bromelie, riempiti d’acqua dalle frequenti piogge.

Si tratta a tutti gli effetti di tranquille piscine in miniatura, ognuna delle quali può ospitare una sola larva.

Ma c’è un problema: dentro la microscopica bolla d’acqua spesso non c’è abbastanza cibo per il giovane anfibio e così la femmina, a intervalli di qualche giorno, vi deposita un uovo che servirà da nutrimento per il girino.

Per diversi giorni la madre passa di pianta in pianta per prendersi cura della prole fino al completamento dello sviluppo, qualche settimana dopo.

La costa occidentale colombiana è caratterizzata da foreste pluviali che si allungano fino al mare dando vita a un habitat unico. Nella foto il Parco Nazionale di Utria. ©Francesco Tomasinelli

La foresta e i suoi abitanti

Il Parco Nazionale di Utria è una delle più importanti aree protette colombiane.

Esteso su 54mila ettari, di cui 12mila di area marina, preserva i litorali paludosi tropicali, gli estuari, la barriera corallina e la foresta pluviale. Al suo interno, vivono 270 specie di uccelli, diverse decine di rane (molte endemiche), scimmie, tapiri e giaguari.

Vedere gli ultimi due richiede un grande colpo di fortuna, ma è semplice individuarne le orme nel fango.

Anche qui, il legame tra l’acqua, dolce o salata che sia, la foresta e gli organismi che la abitano è percepibile ovunque.

I cebi cappuccini, per esempio – le scimmie più comuni in questi luoghi – lasciano spesso la foresta per perlustrare le spiagge e gli scogli in cerca di cibo.

Viceversa, i granchi (spesso Sesarmidi e Gecarcinidi) si incontrano anche a diversi chilometri di distanza dalla costa, perfettamente adattati a vivere nel sottobosco, sui tronchi oppure tra le piante, come le bromelie.

Tutti, però, torneranno in mare per depositare le loro larve e riprodursi. Perfino le megattere, che frequentano queste coste in estate e autunno, si spingono a ridosso della foresta.

Sandra Bessudo, biologa marina che opera da diversi anni nella Colombia del Pacifico, ha visto queste balene fare cose sorprendenti.

«A volte vengono vicinissimo a terra, sfiorando la foresta di mangrovie», dice indicando un canale largo circa 200 metri sulla costa nord del Parco di Utria, profondo quel tanto che basta per far passare i grandi cetacei. Ai bordi, un muro di foresta tropicale.

È l’ultimo posto dove ci si aspetterebbe di vedere una balena di quindici metri, che invece transita da questo luogo per raggiungere il mare aperto o la singolare isola di Gorgona.

cebo cappuccino. Il primate misura circa un metro di lunghezza, di cui la metà rappresentata dalla coda semiprensile, e pesa circa 4 chilogrammi. La sua pelliccia è idrorepellente. È diffuso dall’Honduras al Brasile centro-occidentale. ©Francesco Tomasinelli

Un paradiso ancora da scoprire

Fortunatamente la costa occidentale della Colombia non ha subito lo sfruttamento indiscriminato che ha riguardato altre zone del Paese.

Dal confine con Panama, a nord, fino al Parco Nazionale di Sanquianga, a sud, la foresta tropicale è un nastro verde quasi ininterrotto esteso per circa 500 chilometri.

Le minacce, però, esistono, come le coltivazioni di olio di palma che prendono il posto della foresta costiera. Ma anche le miniere per l’estrazione dell’oro che inquinano i fiumi, il taglio del legname (più o meno legale, a seconda delle zone) e le piantagioni di cocaina attrezzate dai narcotrafficanti.

Dopo il periodo molto critico degli anni Ottanta e Novanta, la situazione sta migliorando e oggi la Colombia è un paese più sicuro rispetto al passato: sulle spiagge della costa pacifica sono sorte strutture recettive e aree protette che incoraggiano la nascita di un timido turismo.

Anche la deforestazione sta calando e sono in atto piani per migliorare la gestione delle aree protette e il loro sfruttamento turistico.

Anche perché la Colombia è il secondo Paese al mondo per biodiversità grazie alla compresenza di mondi molto diversi tra loro: da un lato l’Oceano Pacifico e il Mar dei Caraibi, dall’altro le Ande, in un vasto mosaico di diversificati ambienti, che spaziano dai costoni aridi, posti a oltre 4 mila metri di quota, alle barriere coralline, passando per i lenti e sinuosi bacini fluviali bordati di foresta pluviale.

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