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Gli attacchi di predatori all’uomo sono meno di quanto si pensi

Gli attacchi di predatori all’uomo sono meno di quanto si pensi

Francesco Martinelli Francesco Martinelli 11 Feb 2016

Quanto sono pericolosi i grandi carnivori selvatici? È una domanda che non viene posta molto di frequente nel dibattito sulla gestione della fauna, perché spesso viene preceduta o sostituita direttamente dalla risposta.
Quando si parla di pericolo per la persona l’attenzione è alta e c’è sempre l’ipotesi del “potrebbe accadere” che regala un resistente punto d’appoggio a chi, per un motivo o per l’altro, cerca di fare leva sull’opinione pubblica per rendere più credibile la propria.
Il recente incremento delle popolazioni di grandi predatori nei paesi sviluppati sta sollevando parecchi problemi di gestione, in Italia ad esempio la pressione per aprire l’abbattimento del lupo si sta facendo molto alta e tra le varie argomentazioni a sostegno non poteva certo mancare quella del pericolo per l’uomo. Prima di cedere all’allarmismo facile sarebbe però utile dare un’occhiata a quello che è successo nel passato.
Un team internazionale di ricercatori ha prodotto uno studio sugli attacchi all’uomo da parte di grandi carnivori selvatici, in Europa, Canada Stati Uniti e Russia
Sono stati analizzate le caratteristiche di 697 attacchi avvenuti tra il 1955 e il 2014 ad opera di sei specie di grandi predatori: Orso bruno (Ursus arctos), Orso nero (Ursus americanus), Puma (Puma concolor), Lupo (Canis lupus), Coyote (Canis latrans) e Orso Polare (Ursus maritimus).
Comparando i dati degli attacchi con quelli relativi alle attività umane all’aperto, i ricercatori hanno scoperto che l’incremento delle aggressioni all’uomo non è legato solo all’aumento del numero di predatori, ma sembra più saldamente collegato alla diffusione delle attività umane outdoor.
Negli Stati Uniti, ad esempio, è stata rilevata una relazione diretta fra il numero di visitatori delle aree protette e il numero di attacchi da parte di grandi predatori.
Non solo: circa la metà delle aggressioni ben documentate sono state favorite da comportamenti umani a rischio come, ad esempio, tentativi di osservazione di femmina con cucciolo, attività notturne, ferimento di animali durante la caccia, presenza di un cane, bambini lasciati incustoditi (quest’ultimo errore è anche il più frequente).
Questa serie di risultati può essere molto utile quindi anche per migliorare il comportamento durante le nostre attività ricreative all’aperto, oltre che per avere un’idea più fondata di quanto siano effettivamente pericolosi i grandi predatori. L’effetto suggestione la fa da padrona anche in questo caso, perché sebbene l’attenzione sia focalizzata sui grandi carnivori, in realtà gli animali che fanno più vittime sono altri, ad esempio zanzare, api, ungulati, serpenti e cani domestici.
E il lupo in Italia? Sarà rassicurante pensare che gli scienziati non hanno potuto prendere in considerazione gli attacchi di lupo in Europa, perché negli ultimi sessant’anni sono stati troppo rari. Basti pensare che l’ultimo attacco documentato è quello del 1974, in Spagna.

Potrebbe interessarti anche: Ecco perché l’abbattimento del lupo sarebbe un grave errore

 

© riproduzione riservata
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com

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