di Michelangelo Raccio (*)
Negli ultimi anni il rilancio dei borghi è diventato uno dei temi più ricorrenti nel dibattito sullo sviluppo territoriale. Fondi pubblici, strategie di marketing, programmi di valorizzazione e campagne di promozione hanno individuato nel turismo uno dei principali strumenti per contrastare lo spopolamento e generare nuove opportunità economiche. Tuttavia, è necessario interrogarsi su una questione fondamentale: un borgo esiste perché viene visitato o perché viene abitato?
Un borgo privo di residenti non è un borgo vivo
La risposta, se si osserva il fenomeno con uno sguardo orientato alla sostenibilità, appare evidente. La forza economica, sociale e culturale di un borgo dipende innanzitutto dai suoi abitanti. Sono loro a mantenere aperte le attività commerciali, a preservare il patrimonio materiale e immateriale, a custodire le tradizioni, a prendersi cura degli spazi pubblici e a garantire quella vitalità quotidiana che rende autentico un luogo.
Un borgo privo di residenti non è un borgo vivo: è una scenografia. Può continuare ad attirare visitatori per qualche tempo, ma perde progressivamente ciò che costituisce la sua vera identità. Quando la comunità scompare, anche l’esperienza turistica si impoverisce in quanto i turisti non cercano soltanto edifici storici o panorami suggestivi, cercano luoghi che raccontino una storia attraverso le persone che li vivono ogni giorno.
Ed è proprio qui che emerge uno dei principali rischi dell’overtourism che, se non adeguatamente governato, può produrre effetti opposti rispetto agli obiettivi dichiarati. L’aumento incontrollato dei flussi turistici determina una pressione crescente sulle infrastrutture, distorce il mercato immobiliare, rende più difficile la permanenza dei residenti, trasforma le attività commerciali per soddisfare esclusivamente la domanda dei visitatori e, nel lungo periodo, compromette la qualità della vita della comunità locale.
Il valore distintivo dei borghi
Il paradosso è evidente: ciò che inizialmente appare come una medicina può trasformarsi in veleno per il territorio che si intende valorizzare.
Il turismo eccessivo, infatti, rischia di cannibalizzare il capitale sociale e culturale che rappresenta la sua principale attrattiva; se un borgo perde i propri abitanti, perde anche il suo valore distintivo. Si innesca così un processo di progressiva artificializzazione del territorio, nel quale l’offerta viene costruita esclusivamente per il visitatore, mentre la comunità residente diventa marginale o addirittura scompare.
Per questo motivo lo sviluppo sostenibile dei borghi non può essere misurato semplicemente attraverso il numero di presenze turistiche o l’aumento degli arrivi. Indicatori di questo tipo raccontano solo una parte della realtà. Occorre, invece, valutare la capacità dei territori di trattenere popolazione residente, attrarre nuove famiglie, creare occupazione stabile, garantire servizi essenziali e favorire un’economia diversificata che non dipenda esclusivamente dal turismo.
La vera sfida consiste nel costruire un equilibrio tra residenzialità e ospitalità. I borghi hanno bisogno di abitanti che vivano stabilmente i luoghi, li curino, investano nel loro futuro e ne trasmettano il patrimonio culturale alle nuove generazioni. Parallelamente, hanno bisogno di un’offerta turistica di qualità, capace di valorizzare il territorio senza consumarlo; un turismo più consapevole, distribuito nel tempo, rispettoso della capacità di carico del territorio.
La sostenibilità non significa limitare lo sviluppo, ma governarlo. Significa riconoscere che ogni territorio possiede una propria capacità di accoglienza oltre la quale iniziano a manifestarsi costi economici, sociali e ambientali che superano i benefici prodotti dal turismo stesso.
(*) prof. dott. Michelangelo Raccio
Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali Biologiche e Farmaceutiche (DiSTABiF) Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli
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